Ci piace la critica e non il dileggio.
Specie in politica.
Non abbiano mai gradito quelle situazioni in cui si assiste ad attacchi personali perché siamo convinti che in politica non si fanno guerre contro le persone ma battaglie per qualcosa.
E così scopriamo che a un consigliere regionale, anzi a una consigliera, ogni tanto (abbastanza spesso), vengono dedicati degli attacchi su facebook che escono dal perimetro della politica per scadere in quello del dileggio ad personam.
Se non fosse per la veneranda età dell’autore di questi post si potrebbe pensare a un vero e proprio corteggiamento del tipo “prendi una donna trattala male”. Ma poi si legge il tentativo di ferire, squarciare, come il feroce saladino armato di scimitarra e allora il “Teorema” di Marco Ferradini va a farsi benedire.
Insomma un esercizio tanto violento della critica che poi questa si perde per strada e resta solo la mannaia.
Non ci piace, perché la politica si misura sui fatti.
Sui fatti, e anche non fatti, di un politico, nella sua capacità di trasformare le esigenze dei territori in atti e risultati.
Preferiamo partire proprio dai fatti per ricostruire e giudicare il lavoro di Marianna Scoccia, vicepresidente del Consiglio regionale d’Abruzzo e Sindaco di Prezza.
Un doppio ruolo istituzionale che la pone quotidianamente a contatto con le questioni regionali e con le esigenze delle comunità locali.
Tra i dossier di cui si è occupata c’è la riforma del sistema idrico abruzzese, un tema strategico sul quale si è impegnata sostenendo la necessità di superare frammentazioni e criticità e costruire un sistema più efficiente e sostenibile.
Sul piano culturale ha adottato iniziative dedicate alla sicurezza, la nuova disciplina sulle edicole e la proposta di legge sulle biblioteche, presìdi sociali e culturali particolarmente importanti nei centri più piccoli.
Un’attenzione che si è tradotta anche in progetti rivolti alla Valle Peligna.
Tra questi, la proposta di legge sulla Giostra Cavalleresca di Sulmona, presentata insieme a Massimo Verrecchia, per dare riconoscimento e prospettiva stabile a una delle manifestazioni storiche più rappresentative d’Abruzzo.
Nella stessa direzione si inserisce il lavoro per il riconoscimento e la valorizzazione dei Confetti di Sulmona come simbolo dell’identità abruzzese, legando tradizione, promozione turistica e sviluppo economico.
Ambiti diversi che restituiscono il quadro di un’attività istituzionale sviluppata tra Regione e territorio.
Di queste cose ci si dovrebbe occupare, dire se siamo d’accordo o meno, criticare in chiave positiva o negativa che sia, dire se ci piace o non ci piace, ma sui contenuti e non contro le persone.
E noi l’abbiamo fatto con una intervista dedicata proprio a quei temi.
In giro invece troviamo questi attacchi sarcastici, pure con le vignette.
Come se con la caricatura o la vignetta diventasse tutto più digeribile.
Pure Charlie Hebdò fa le vignette condite con quella che loro chiamano satira.
Non è che le vignette e le satire del celebre giornale francese ci abbiano particolarmente divertito.
La satira (scusate la tautologia) è sempre stata l’arma più efficace contro i regimi, dicono da qualche parte, ma ci vogliono appunto i regimi.
E poi non devono superare certi limiti come quella vignetta che, tornando ai francesi, immaginava, in una scatoletta aperta di carne in scatola, la tragedia di Rigopiano.
La volgarità e la dissacrazione non pagano.
Ognuno è libero di fare e dire quel che vuole, per carità, ma dall’altro lato del palcoscenico chi osserva o assiste è libero però di esprimere giudizi, di applaudire o fischiare
E come diceva Craxi, “non fischiamo solo perché non sappiamo fischiare”.
Fischi conditi dalla amara sensazione di assistere al declino di chi pensa di aver fatto la storia con queste cose e si illude di avere ancora il seguito per continuare a farla.
E invece quei post se arrivano a tre like è grasso che cola.
Del resto diceva Charlie Chaplin “Non è importante come entri nel palcoscenico della vita, l’importante è l’uscita di scena; quindi prendi fiato, sorridi comunque sia andato lo spettacolo e fai il tuo inchino migliore”.
Evidentemente è molto lontana dalla filosofia dell’attore inglese questa lenta uscita di scena, quasi riottosa, quasi avvinghiato al sipario con le unghie, incapace di rassegnarsi ad abbandonare il palcoscenico.
Non ci fa una bella figura.
Si trasforma in un boomerang, in un terribile harakiri con il quale l’autore degli attacchi non uccide sé stesso ma la sua storia che non aveva bisogno di questo suicidio per apparire meno luminosa di quello che è.
Sic transiit gloria mundi.
(Occhio alla doppia “i” perché non è indicativo presente ma passato prossimo).
“La gloria del mondo non sta passando”, è già passata da un pezzo, per non tornare più.
Amen.
