La Svezia ha appena votato per il rinnovo del Riksdag, il suo parlamento.
Mentre scriviamo, con circa il 94-95% delle schede scrutinate, il blocco di centrosinistra guidato da Magdalena Andersson risulta avanti con 176 seggi contro i 173 del blocco di destra del premier uscente Ulf Kristersson: un margine di appena 3 seggi sui 349 totali. Restano da contare circa 200mila schede, quindi il risultato non è affatto definitivo.
Ma, dopo la Svezia, sono molti e tutti interessanti gli appuntamenti elettorali a venire.
Dal 18 al 20 settembre toccherà alla Russia. Qui è ben poca la suspense per il rinnovo della Duma di Stato. Il partito dell’autocratico presidente Putin, Russia Unita, avrà una maggioranza schiacciante. Sappiamo della natura puramente formale delle elezioni russe, e la totale mancanza di opposizione liberale (o indipendente) non fanno presagire grandi cambiamenti politici a Mosca.
Il 3 ottobre invece sarà la volta della Lettonia, dove in testa nei sondaggi c’è la civica Lista Unita, al 22-23%, ma cresce con forza il partito populista ed euroscettico “Lettonia al primo posto”, che punta a diventare la seconda forza del Paese raddoppiando i consensi del 2022.
Segue la Bulgaria, che dopo il trionfo di Rumen Radev e della sua coalizione Bulgaria Progressista alle politiche anticipate dello scorso aprile, il 25 ottobre torna alle urne per eleggere il nuovo capo dello Stato. I sondaggi prevedono una facile vittoria dell’ex vicepresidente di Radev (e attuale presidente ad interim), Iliana Iotova, che avrebbe circa la metà dei consensi. I partiti filoeuropei si contendono il ruolo di sfidante.
Fuori dall’UE, ci saranno Israele e Stati Uniti alle urne. Si tratta però di due elezioni che avranno impatti ben al di fuori dei confini nazionali.
Il 27 ottobre gli israeliani voteranno per la Knesset, in quello che sarà come un vero e proprio referendum sull’operato di Benyamin Netanyahu dopo il 7 ottobre 2023.
I sondaggi più recenti danno l’opposizione, riunita attorno all’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, in vantaggio sul blocco del premier: le stime vanno dai 56 e ai 59 seggi per i partiti sionisti d’opposizione contro i 49-50 per la coalizione Netanyahu-Ben Gvir-Smotrich. I partiti arabi faranno da ago della bilancia.
Poi, il 3 novembre, si terranno negli Stati Uniti le elezioni di metà mandato. I sondaggi indicano i democratici in vantaggio di circa 6-8 punti sul voto generico, e favoriti per la conquista della Camera con stime tra l’83% e l’87%. Al Senato, dove i repubblicani hanno un vantaggio più solido (53 a 47), la sfida resta invece aperta, con alcuni Stati ancora in bilico. Sarà una gara elettorale per tradizione percepita come un referendum sul presidente in carica, ma l’approvazione per Trump è scivolata sotto il 40%, un dato che storicamente anticipa perdite per il partito del leader.
Tornando in Europa, il voto per il parlamento estone (Riigikogu) è fissato al 7 marzo 2027. I sondaggi più recenti danno in testa i conservatori di Isamaa al 24-26%, seguiti dal centrista Keskerakond (19-21%) e dai socialdemocratici di Sde, in netta risalita fino al 15-19%. Il partito di governo, i liberali di Reformierakond, è invece in caduta libera, sceso al 12-14% dal 31% delle ultime elezioni. Questi dati segnalano un possibile ribaltamento della maggioranza. La destra nazionalista ed euroscettica di Ekre appare stabile tra l’11% e il 13%, quindi in corsa per un ruolo di governo in caso di coalizione con Isamaa.
A primavera, dal 18 aprile, la Francia sceglierà il successore di Macron in un voto che si rivelerà decisivo per gli equilibri dell’UE. Marine Le Pen, leader nazionalista ed euroscettica del Rassemblement National, è data in testa al primo turno tra il 33% e il 36%, con un margine di 15-20 punti sugli avversari, e risulterebbe vincente in tutte le simulazioni di ballottaggio (il 2 maggio) testate finora. L’ex premier centrista Édouard Philippe è il candidato moderato meglio posizionato, tra il 14,5% e il 16,5%, e a sinistra Jean-Luc Mélenchon si attesta intorno al 14-15%.
Negli stessi giorni si terranno anche le elezioni parlamentari finlandesi, fissate per il 18 aprile 2027. I sondaggi danno l’opposizione di centrosinistra Sdp prima al 22,6%, ma il vero dato politico è il testa a testa alle sue spalle, con i conservatori del Kokoomus, col potenziale premier Petteri Orpo, sceso al 17%, e i nazionalisti dei Veri Finlandesi saliti sopra il 16%. La coalizione di governo è molto logorata (solo il 2% vorrebbe che proseguisse), mentre i Veri Finlandesi, già al potere, continuano a crescere.
Entro fine luglio 2027 si voterà anche in Grecia, dove la Nuova Democrazia del premier Kyriakos Mitsotakis è data in forte calo al 29,1% (-11,5 punti rispetto al 2023), insidiata sia dalla nuova sinistra radicale Elas al 15,5%, sia dalla destra nazionalista di “Soluzione Greca” al 9,4%.
In Spagna, dove si voterà entro fine agosto, i sondaggi più recenti, influenzati anche dagli eventi di Ceuta, registrano per la prima volta il blocco del Partito popolare e dell’estrema destra di Vox superare il 50% delle intenzioni di voto nazionali, una soglia che si tradurrebbe in una maggioranza assoluta, di molto superiore ai 176 seggi necessari.
Entro inizio novembre 2027 si voterà anche in Polonia e Slovacchia
In Polonia, dove la Coalizione Civica di Donald Tusk, che è oggi la prima forza (tra il 27% e il 33%), farà i conti con l’erosione interna e con un blocco di destra composto dai nazionalisti di Diritto e Giustizia e da due partiti ancora più a destra, Confederazione e la Confederazione della Corona Polacca di Grzegorz Braun, che nelle proiezioni più recenti supererebbe il 47% dei voti, a un passo dalla maggioranza dei seggi nella Sejm.
Infine, l’ultima elezione europea prevista per il 2027 troverà in Slovacchia un testa a testa tra i più incerti della mappa. Gli ultimi sondaggi danno il partito di opposizione liberal-progressista Slovacchia Progressista al 18-19%, appena davanti allo Smer-Sd del premier populista e filorusso Robert Fico, fermo al 17,5-19%. Il vero elemento di instabilità è però Republika, partito di estrema destra guidato da Milan Uhrík, stabile in terza posizione al 10%-13% e capace di condizionare pesantemente qualunque maggioranza di governo.
Ne vedremo (si spera) delle belle.
