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SULMONA – Il Teatro Maria Caniglia alza il sipario sulla nuova stagione di prosa 2026/2027: otto spettacoli, grandi interpreti della scena italiana, classici della drammaturgia e nuove scritture. Presentata il 10 settembre a Palazzo Tabassi e affidata, per il settimo anno consecutivo, alla direzione artistica di Patrizio Maria D’Artista. Spettacoli imperdibili da Eduardo De Filippo a Shakespeare, da Laura Morante a Massimiliano Gallo.  Promossa da Meta APS in partenariato con il Comune di Sulmona, la stagione attraverserà il tema dell’identità e della libertà di essere ciò che si è, mettendo al centro personaggi sospesi tra desideri, aspettative e ruoli imposti. Ad aprire il cartellone, domani sabato 17 ottobre, sarà la prima nazionale de “Il Sindaco del Rione Sanità” di Eduardo De Filippo, con Geppy Gleijeses e Pino Micol. Il 14 novembre spazio a Shakespeare con “Sogno di una notte di mezza estate”, diretto da Daniele Salvo, mentre il 18 dicembre arriverà Massimiliano Gallo con “Malinconico – Moderatamente felice”.

Il 2027 si aprirà il 10 gennaio con Laura Morante in “Insieme”. Il 23 gennaio sarà la volta della seconda prima nazionale della stagione, “Cari Genitori”, con Giulio Scarpati e Amanda Sandrelli. Seguiranno, il 20 febbraio, “Misurare il salto delle rane” di Carrozzeria Orfeo e, il 14 marzo, “Benvenuti in casa Esposito”, diretto da Alessandro Siani e interpretato da Giovanni Esposito e Nunzia Schiano. A chiudere il cartellone, il 17 aprile, sarà “Amadeus” di Peter Shaffer. Accanto alla prosa torna anche “Oltre la Stagione”, con appuntamenti pensati per allargare il teatro a linguaggi e pubblici differenti: da Maccio Capatonda a Le Supplici di Eschilo, fino al musical La favola del Re Leone e a Pinocchio – Vero per davvero, nuovo capitolo del progetto Teatro Immaginario con il Centro Diurno Psichiatrico “G. Fapore” di Sulmona.

Ma dietro un cartellone c’è anche il percorso costruito negli anni, tra difficoltà, scommesse, rapporto con il pubblico e volontà di restituire al Caniglia una posizione centrale nel panorama culturale cittadino e nazionale. Ne abbiamo parlato con il direttore artistico Patrizio Maria D’Artista : 

Quello che abbiamo davanti agli occhi lo abbiamo edificato insieme!

Patrizio, siamo arrivati al settimo anno della tua direzione artistica al Teatro Maria Caniglia. Ripensando al percorso compiuto fin qui, quali sono i momenti, gli incontri o le esperienze che porti più nel cuore e che hanno lasciato un segno particolare in questi anni?

Sette anni sono un periodo abbastanza lungo per poter guardare al proprio lavoro non più soltanto attraverso i singoli spettacoli, ma attraverso un percorso. E, ripensando a questi anni, ci sono sicuramente alcuni momenti che hanno lasciato un segno particolare. Penso, per esempio, al periodo del Covid, quando il teatro era necessariamente vuoto e sembrava impossibile immaginare di poter continuare a fare il nostro lavoro. In quel momento abbiamo scelto di registrare alcuni spettacoli proprio all’interno del Caniglia e di trasmetterli in streaming. Era un modo diverso, inevitabilmente imperfetto, di tenere vivo quel rapporto tra il teatro e il suo pubblico, ma per noi aveva un significato molto forte: non volevamo semplicemente aspettare che tutto finisse, volevamo continuare a esserci. E proprio per questo ricordo con un’emozione fortissima il momento in cui, dopo la fase delle riaperture con il pubblico ancora costretto a mantenere il distanziamento in platea, il teatro è finalmente tornato a riempirsi completamente. La prima volta è stata con Il malato immaginario di Emilio Solfrizzi. Vedere nuovamente il Caniglia pieno in ogni ordine di posto è stato un colpo d’occhio pazzesco. Era come se il teatro fosse tornato finalmente a respirare. Ma, più di ogni singolo spettacolo o di ogni incontro con un artista, porto nel cuore la fiducia delle persone che hanno creduto realmente in questo progetto fin dall’inizio. Persone che lo hanno sostenuto senza individualismi, mettendo a disposizione competenze, tempo, energie e soprattutto una visione comune. Mi riferisco innanzitutto a tutta la squadra di Meta APS e a tutti i collaboratori che, a vario titolo, hanno lavorato con me in questi anni. Ma penso anche agli amministratori comunali che, fin dall’inizio, hanno creduto in questo progetto e hanno avuto la volontà di sostenerlo, riconoscendo nel teatro non soltanto un luogo dove organizzare degli spettacoli, ma un presidio culturale importante per la città. E quella stessa fiducia, in maniera diversa, ho iniziato a sentirla anche nel rapporto quotidiano con il pubblico. A volte attraverso gesti semplicissimi, ma proprio per questo particolarmente significativi. Ricordo, per esempio, quando alcuni abbonati hanno cominciato a lasciarmi in botteghino dei dolci, rigorosamente fatti in casa. Mi piace pensare che magari mi avessero visto particolarmente stanco allo spettacolo precedente e avessero deciso che avevo bisogno di un piccolo “rifornimento di zuccheri”! Al di là della battuta, sono stati proprio questi piccoli gesti a farmi capire che si stava costruendo un rapporto reale con il pubblico. Non più soltanto quello tra un direttore artistico e gli spettatori, ma una relazione umana, fatta di attenzione, affetto e partecipazione. Quello che oggi abbiamo davanti agli occhi, quindi, non è il risultato del lavoro di una sola persona: è qualcosa che abbiamo edificato insieme, passo dopo passo.

Un percorso così lungo porta con sé anche sfide e momenti complessi. Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato nella direzione artistica del Teatro Caniglia e come le hai affrontate?

La difficoltà maggiore è stata avere un orizzonte di programmazione ampio e stabile. Il nostro è un lavoro che ha bisogno di tempi lunghi: una stagione si costruisce con mesi, spesso anni, di anticipo. Purtroppo i tempi della programmazione culturale non coincidono quasi mai con quelli della politica e della pubblica amministrazione, e questo ci ha costretto spesso a lavorare in condizioni di grande incertezza, con rischi economici e organizzativi importanti. A questo si aggiunge una difficoltà specifica del Maria Caniglia: è un teatro di provincia, con una grande storia, che per molto tempo, nell’ambito della prosa, è rimasto poco rappresentato nei circuiti nazionali. È stato quindi necessario, in questi anni, ricucire un rapporto con il mercato teatrale nazionale, riconquistando gradualmente la fiducia degli operatori.Credo che questo sia stato possibile grazie alla forza di una programmazione molto valida, ma soprattutto grazie alla qualità e alla serietà della gestione. Piano piano siamo riusciti a dimostrare che il Caniglia era tornato a essere un interlocutore affidabile e questo ha invogliato molti operatori culturali a tornare a fidarsi del nostro teatro. Resta poi il tema della precarietà dei finanziamenti pubblici, che riguarda molti operatori culturali: da una parte dobbiamo garantire un’offerta di qualità e attrattiva, dall’altra fare i conti con coperture economiche discontinue e non sempre puntuali. Nonostante tutto, abbiamo scelto di continuare a programmare e ad assumerci dei rischi, perché credo che la cultura abbia bisogno di visione, ma la visione ha bisogno di programmazione e di certezze.

Che stagione rappresenta quella del 2026/2027?

Rappresenta una stagione di maturità, consolidamento e, allo stesso tempo, di rinnovamento. Con la Stagione di prosa 2026/27 Meta APS raggiunge la sua settima annualità: sette anni di lavoro e di visioni che hanno costruito intorno al Teatro un movimento di persone unite dalla convinzione che l’arte possa generare cura e futuro. Nel tempo abbiamo anche avviato un percorso di rinnovamento dei linguaggi. Un teatro con una storia di novant’anni porta inevitabilmente con sé consuetudini e abitudini del proprio pubblico, e per questo non è stato semplice attrarre nuovi spettatori, soprattutto tra i più giovani. Abbiamo quindi inserito progressivamente elementi di novità nella programmazione, assumendoci anche qualche rischio con spettacoli meno “classici” e rassicuranti, più audaci e contemporanei. Questo ci ha permesso di intercettare un pubblico nuovo, affascinato da linguaggi e proposte differenti. Nonostante le difficoltà incontrate nel tempo, abbiamo scelto di non arrenderci, riconoscendo nella nostra città energie e desiderio di partecipazione. Da questa consapevolezza nasce anche la stagione 2026/27: una stagione abitata da personaggi sospesi tra identità e aspettative, tra ciò che sono, ciò che desiderano diventare e ciò che gli altri chiedono loro di essere. Gli otto spettacoli attraversano il comico e il tragico, la tradizione e il presente, ma sono accomunati da una domanda essenziale: quanto siamo davvero liberi di scegliere chi essere? Perché forse il Teatro, prima ancora di raccontarci chi siamo, ha il compito più difficile di tutti: mostrarci quanto sia complesso diventarlo. È un percorso che sappiamo essere ancora lungo, soprattutto nella costruzione di un pubblico nuovo, ma è una direzione nella quale crediamo e sulla quale continueremo a investire.

Qual è stato il criterio principale con cui ha costruito il nuovo cartellone e quale filo lega spettacoli apparentemente molto diversi tra loro?

Quando costruisco una stagione cerco innanzitutto spettacoli che abbiano qualcosa da dire e che siano capaci di lasciare nello spettatore una domanda, un pensiero, un’emozione che continui anche dopo la chiusura del sipario. Non mi interessa mettere insieme semplicemente titoli importanti o nomi conosciuti: cerco sempre un dialogo possibile tra opere anche molto diverse tra loro. Quest’anno quel dialogo ruota intorno al tema dell’identità e della libertà di essere ciò che siamo. I personaggi che incontreremo durante la stagione, pur appartenendo a epoche, storie e linguaggi completamente differenti, si confrontano tutti, in qualche modo, con ciò che sono, con ciò che vorrebbero essere e con ciò che gli altri si aspettano da loro. Il filo che tiene insieme tutto, quindi, non è una forma teatrale, ma una domanda: quanto siamo davvero liberi di scegliere chi essere? E credo che il teatro sia uno dei luoghi più interessanti in cui provare, senza necessariamente trovare una risposta, a porcela.

La stagione mette insieme grandi classici, commedia, drammaturgia contemporanea e spettacoli capaci di affrontare temi sociali e familiari. Quanto è importante, oggi, riuscire a parlare a pubblici differenti senza perdere una precisa identità artistica?

È fondamentale. Credo che un teatro debba avere un’identità molto precisa, ma che questa non debba mai diventare una gabbia. Al contrario, avere un’identità significa anche avere la libertà di esplorare linguaggi diversi. Il pubblico non è un blocco unico: ci sono spettatori fedeli alla tradizione, persone che cercano la commedia, altre che vogliono confrontarsi con temi più contemporanei e, soprattutto, giovani che magari non hanno ancora trovato nel teatro un linguaggio capace di parlare loro. Per questo abbiamo cercato negli anni di costruire una programmazione capace di offrire diversi punti di accesso al teatro, senza mai rinunciare alla qualità delle proposte. Credo che il compito di una direzione artistica non sia soltanto assecondare ciò che il pubblico già conosce e ama, anzi, ma anche e soprattutto accompagnarlo verso qualcosa che ancora non conosce. In fondo, è proprio questo il senso del percorso di rinnovamento che stiamo portando avanti: non cambiare l’identità del Caniglia, ma farla evolvere, aprendola a nuovi linguaggi e a nuovi spettatori.

Il cartellone ospita interpreti molto conosciuti, da Laura Morante a Massimiliano Gallo, da Giulio Scarpati e Amanda Sandrelli a Geppy Gleijeses. Quanto conta il richiamo dei grandi nomi e quanto, invece, la qualità complessiva del progetto teatrale?

I grandi nomi certamente hanno un ruolo importante nell’attrarre il pubblico, ma il teatro che sogno per il prossimo futuro è un teatro capace di emanciparsi progressivamente dalla logica dei “nomi di chiamata”, senza per questo disprezzarli. Mi piacerebbe che il pubblico si affezionasse sempre di più al teatro e imparasse a fidarsi delle scelte della direzione artistica, indipendentemente dai nomi in cartellone. Perché la qualità di uno spettacolo la fanno il testo, la regia, la qualità dello staff tecnico ed artistico e gli interpreti, che siano conosciuti o meno dal grande pubblico. E in questo senso le compagnie giovani e le realtà meno note possono regalare scoperte davvero meravigliose. Il mio auspicio è quindi che il nome possa essere una porta d’ingresso, ma che sia la qualità del progetto a determinare la scelta dello spettatore.

La stagione si apre con una prima nazionale de Il Sindaco del Rione Sanità e propone anche Cari Genitori come prima nazionale. Cosa significa per Sulmona poter ospitare produzioni che iniziano proprio dal palcoscenico del Caniglia il loro percorso?

Per Sulmona è motivo di grande orgoglio, ma soprattutto è il risultato di un percorso. Una prima nazionale significa che il Caniglia non è semplicemente una tappa di una tournée, ma diventa il luogo in cui uno spettacolo nasce davanti al pubblico. Per un teatro di provincia, riuscire a riportare produzioni di questo livello e diventare il punto di partenza di un progetto nazionale significa aver riconquistato credibilità e fiducia nel mercato teatrale. È qualcosa che qualche anno fa non era affatto scontato. Credo inoltre che abbia un valore importante per la città: dimostra che non è necessario trovarsi in una grande capitale culturale per poter assistere alla nascita di uno spettacolo di livello nazionale. Per una sera, anzi, è il resto d’Italia a guardare verso Sulmona. E questa è forse una delle soddisfazioni più grandi del percorso che abbiamo fatto in questi anni.

Eduardo De Filippo, Shakespeare e Amadeus convivono nel cartellone con scritture molto più contemporanee. C’è un classico, tra quelli scelti quest’anno, che sente particolarmente vicino e perché?

Senza dubbio Sogno di una notte di mezza estate. Quest’anno lo sento particolarmente vicino anche per una ragione personale: sono coinvolto direttamente nella nuova edizione firmata da Daniele Salvo, per la quale ho composto la colonna sonora originale, che ha un ruolo decisamente predominante nella costruzione dello spettacolo. È un’opera straordinaria, che racchiude in sé poesia, comicità, magia e una profondissima riflessione sull’essere umano. La grandezza di Shakespeare, secondo me, sta proprio nella sua capacità di parlare ancora oggi a tutti, a distanza di secoli, perché nelle sue opere ritroviamo sentimenti, desideri e conflitti che appartengono a ogni epoca. È stato quindi molto stimolante poter lavorare su un testo così grande, incontrandolo attraverso la musica e attraverso la visione creativa di Daniele Salvo, che gli restituisce una lettura lirica, potente e fortemente simbolica.

Negli ultimi anni il Teatro Caniglia sembra aver riconquistato una centralità sempre maggiore nella vita culturale della città. Quale rapporto si è creato tra il teatro e il pubblico sulmonese?

Credo che negli anni si sia costruito soprattutto un rapporto di fiducia e di appartenenza. Il pubblico ha iniziato a sentire il Caniglia non semplicemente come il luogo in cui andare a vedere uno spettacolo, ma come qualcosa che gli appartiene. Ci sono segnali molto concreti di questo rapporto. La corsa agli abbonamenti, che spesso vengono esauriti nel giro di poche ore, e i diversi spettacoli che raggiungono il tutto esaurito sono un dato inequivocabile e molto importante. E non riguarda soltanto i nostri concittadini: una parte significativa del pubblico arriva anche da fuori Sulmona, segno che il Caniglia sta diventando un punto di riferimento per un territorio più ampio. Credo però che il pubblico abbia riconosciuto il valore della nostra azione culturale non soltanto attraverso la qualità della programmazione e la corretta organizzazione degli eventi, ma anche attraverso il lavoro costante di cura, supporto e valorizzazione del teatro. In questi anni abbiamo sostenuto diversi interventi all’interno della struttura, lavorando sui camerini, valorizzando le locandine storiche, effettuando donazioni di attrezzature e apparati e offrendo un supporto costante all’attività dell’Assessorato alla Cultura e dell’Ufficio Cultura. Sono tutte azioni che nascono da una convinzione molto semplice: non ci sentiamo soltanto gestori di una stagione, ma parte di una comunità che ha a cuore il proprio teatro. Credo che questa vicinanza, nel tempo, sia stata percepita. E poi ci sono i piccoli gesti quotidiani, le parole degli spettatori, i commenti dopo gli spettacoli. Sono proprio questi, a volte, a raccontare meglio di qualsiasi dato il rapporto che si è creato.

In questa direzione va anche il progetto “Oltre la Stagione”, che coinvolge linguaggi e pubblici differenti. Quanto è importante che un teatro non viva soltanto nelle serate della prosa tradizionale?

È fondamentale. Se consideriamo il teatro come un luogo della comunità, non possiamo pensare che debba vivere soltanto nelle serate della stagione di prosa. Il Caniglia deve essere uno spazio aperto, capace di accogliere linguaggi, esperienze e pubblici differenti. Va ricordato, inoltre, che il teatro gode già di una stagione concertistica di assoluto livello, organizzata da oltre settant’anni dalla Camerata Musicale Sulmonese, una realtà che rappresenta una parte importantissima della storia culturale della città. Il nostro obiettivo, quindi, non è sovrapporci a ciò che già esiste e funziona, ma contribuire ad ampliare ulteriormente l’offerta e la funzione culturale del teatro. “Oltre la Stagione” nasce proprio da questa idea: allargare il perimetro del teatro, portando al suo interno linguaggi, esperienze e progetti capaci di coinvolgere persone diverse da quelle che abitualmente frequentano la stagione di prosa. È anche uno strumento per avvicinare nuovi pubblici, soprattutto i più giovani, che difficilmente si conquistano proponendo esclusivamente una programmazione tradizionale.

All’interno di “Oltre la Stagione” trova spazio anche il progetto Pinocchio – Vero per davvero, legato al Centro Diurno Psichiatrico di Sulmona. Può il teatro diventare concretamente anche uno strumento di inclusione e partecipazione sociale?

Assolutamente sì. Pinocchio – Vero per davvero è il quinto spettacolo prodotto nell’ambito di Teatro Immaginario, il progetto promosso da Meta APS e curato da Mario Massari, regista e docente presso il Centro Diurno “G. Fapore” di Sulmona. È un percorso al quale teniamo particolarmente perché dimostra concretamente come il teatro possa diventare uno spazio nel quale le persone non siano semplicemente spettatrici, ma possano sentirsi protagoniste e parte di una comunità. Il progetto con il Centro Diurno Psichiatrico di Sulmona porta sul palcoscenico persone e storie che spesso rischiano di rimanere lontane dai luoghi della cultura e della socialità. Il teatro, in questo caso, diventa uno strumento concreto di incontro, espressione e partecipazione. Non penso che il teatro debba sostituirsi ad altri strumenti o avere necessariamente una funzione terapeutica. Credo però che abbia una forza straordinaria nel creare relazioni, abbattere distanze e permettere alle persone di essere viste per ciò che possono esprimere, non per l’etichetta che spesso la società attribuisce loro.

Infine, la programmazione del Caniglia si inserisce oggi in una rete più ampia che coinvolge anche Avezzano e Tagliacozzo. Quanto può essere importante costruire una rete teatrale capace di superare i confini delle singole città abruzzesi?

Credo sia una delle sfide più importanti per il futuro. I teatri, soprattutto quelli che operano in realtà di provincia, hanno bisogno di fare rete e di smettere di pensarsi come realtà isolate. Il lavoro che stiamo portando avanti con Avezzano e Tagliacozzo va proprio in questa direzione: mettere insieme competenze, risorse e pubblico significa avere una maggiore capacità di dialogare con le produzioni nazionali e di costruire proposte sempre più ambiziose. Ma la rete non deve significare omologazione. Al contrario, credo che ogni teatro debba mantenere la propria identità e la propria storia, mettendole però a disposizione di un progetto più ampio. L’Abruzzo ha realtà teatrali importanti e un pubblico che spesso è disposto a spostarsi per seguire le proposte che ama. Se riusciamo a mettere in comunicazione questi territori, possiamo trasformare una serie di singole realtà in un vero sistema teatrale regionale. E penso che sia questo il passo successivo: non soltanto riportare i nostri teatri nei grandi circuiti nazionali, ma fare in modo che il territorio stesso diventi un circuito, capace di attrarre produzioni, pubblico e nuove opportunità culturali.

Latifa Benharara

Latifa Benharara

Latifa Benharara nata e residente a Sulmona, classe 1990. Autrice, artista e promotrice culturale, collabora con testate regionali e nazionali. Pittrice, è presidente dell'associazione Culturale Ilhem, organizza eventi artistici e favorisce il dialogo interculturale. Appassionata di ciclismo è una Guida Ciclo-Sportiva-Turistica e Direttore di Corsa, è stata inoltre ufficio stampa di diverse società ciclistiche, attualmente è impegnata nella stesura del suo primo romanzo.