SULMONA- È trascorsa una settimana da quando le ruspe hanno cominciato a disallestire Piazza Garibaldi, da quando gli addetti ai lavori hanno smantellato le tribune, rimosso stendardi e liberato l’acquedotto medievale da teli e transenne. Sabato mattina il mercato è tornato come di consuetudine ai piedi del fontanone tra commercianti ambulati, cittadini e turisti. Sotto il sole cuocente, rispetto al weekend precedente, neanche un granello di sabbia è rimasto della Giostra. Un’edizione dove non sono mancati colpi di scena, dispute, classiche polemiche e anche un po’ di spirito di protagonismo da chi, si dice, sia entrato un po’ troppo nella parte. Una XXX edizione, comunque, che ha fatto vivere forti emozioni e ha fatto innamorare della città chi è venuto apposta anche da oltre i confini nazionali. Un weekend che ha fatto battere cassa a bar, ristoratori e strutture ricettive, dove un “tutto pieno” e “non abbiamo più niente” sono musica per le orecchie. Un fine settimana dove le vie del centro storico sono state stracolme di migliaia di persone ed un lunedì, dove alle 9 del mattino il binario per il treno diretto a Roma era affollatissimo di turisti che ripartivano, per lo più stranieri.
A concludere, venerdì scorso, c’è stata la serata del Timballo in piazza Sant’Agata nel cuore di Borgo Pacentrano. Un appuntamento ormai irrinunciabile, nato come una simpatica parodia della Giostra e divenuto negli anni un appuntamento fisso dal popolo della Giostra. Con entusiasmo alla sfida tra gli otto vicoli del Borgo, ciascuno abbinato a un Borgo o a un Sestiere cittadino, cavalieri improvvisati, “cavalli” decisamente insoliti, prove di abilità tra ironia e risate con l’affermato spirito goliardico e aggregativo. Il Timballo rappresenta una grande festa del volontariato e dell’amicizia, dedicata a quanti, durante tutto l’anno, lavorano dietro le quinte della Giostra Cavalleresca. Un’occasione per ritrovarsi, celebrare il senso di appartenenza e vivere insieme, in un clima di leggerezza, i valori della Giostra. In attesa delle ultime serate che verranno proposte dai Borghi e Sestieri e che animeranno a fine estate i vicoli e le piazze del centro storico, un emozionante tu per tu con la capitana vincitrice della freschissima XXX edizione della Giostra Cavalleresca di Sulmona: Sara Pallotta!
È stata una bellissima vittoria, più che meritata, come hai vissuto questo Palio, e questo trionfo?
Credo che la parola giusta per raccontare questo Palio sia sorprendente. È stata una vittoria inaspettata, ma profondamente voluta e sperata. Abbiamo iniziato il mese di luglio con qualche episodio di sfortuna. Poi, siamo riusciti a tirare fuori tutta la resilienza che ciascuno di noi aveva dentro, insieme a una grande positività e a una profonda fiducia nelle scelte che abbiamo compiuto. È stato proprio questo spirito a permetterci di arrivare fino in fondo e conquistare un risultato che oggi ci riempie di
orgoglio. È un caldo abbraccio, quello che riesce a tenere tutto insieme. Quando ci si trova ad amministrare un sestiere, spesso si ha la sensazione che ci siano tante difficoltà da affrontare e ci si chiede se tutto l’impegno, il tempo e le energie spese abbiano davvero un senso. Poi arrivano giornate come questa, che ti ricordano esattamente perché lo fai. In quei momenti capisci che tutto ha un significato. Ed è bello poterlo riscoprire in un modo così intenso.
Cosa hai provato nel momento esatto in cui avete conquistato il Palio?
Durante la proclamazione del Palio ho provato un profondo senso di gratitudine nei confronti del cavaliere, della scuderia, a nei confronti di tutti i volontari del sestiere e a quelle persone che, giorno dopo giorno, lavorano al mio fianco. Sono loro che, insieme a me, affrontano gli ostacoli, superano le difficoltà e sostengono con passione
tutto ciò che c’è dietro un’impresa come questa. Allo stesso tempo ho provato una grande gioia nel poter festeggiare il nostro trionfo. Non è qualcosa che mi appartiene facilmente, ma in occasioni come questa è inevitabile. Ed è ancora più bello poter condividere questa emozione con persone che sono cresciute con me, che considero la mia famiglia e alle quali voglio un bene immenso.
Qual è stato il momento più difficile della gara, quello in cui hai pensato che tutto potesse cambiare?
I momenti più difficili sono stati principalmente due. Il primo durante l’interruzione della nostra gara del sabato: in quel momento ho avvertito un forte senso d’ingiustizia e il ruolo che ricopro mi impone di mantenere equilibrio e lucidità; quindi, ho dovuto fare i conti prima di tutto con me stessa. Il secondo è arrivato al termine delle eliminatorie. Per qualche istante ho
davvero pensato che fossimo fuori dalla semifinale. Non avevamo ancora fatto bene i calcoli e non sapevamo con certezza se fossimo dentro o eliminati. È stato un momento che mi ha profondamente destabilizzata. Mi sono fermata e mi sono detta di aspettare, di non trarre conclusioni affrettate: “Vediamo com’è andata, magari gira dalla nostra parte, magari ce la facciamo”. E alla fine è stato proprio così. Il momento in cui ho capito che tutto poteva davvero cambiare è stato dopo la vittoria della semifinale. L’esplosione di gioia arrivata dalla tribuna dei nostri tifosi, che avevano intuito prima di noi l’esito della gara, ci ha trasmesso un’energia incredibile. È stata una carica fortissima per il Cavaliere e per tutta la squadra. In quell’istante si è riaccesa la speranza e abbiamo iniziato a credere davvero che il Palio potesse essere nostro.
Qual è stata l’emozione più grande vissuta durante la giornata di domenica, al di là della vittoria?
L’emozione più forte della giornata l’ho vissuta in un semplice abbraccio con mio padre. Siamo due persone molto affettuose, ma
ci riserviamo sempre nei momenti più profondi, quelli davvero importanti. Questa volta, invece, quell’abbraccio è arrivato davanti a tutti, in un momento pubblico, ed è stato incredibilmente intenso. Tra le sue braccia ritrovo sempre la bambina che sono stata. Il ruolo di capitana mi chiede ogni giorno forza, responsabilità e determinazione, ma con lui posso lasciare andare tutto e tornare semplicemente una figlia. È una passione che condividiamo insieme da sempre. Anzi, come dice spesso mia madre, “sei tutta tuo padre”. Per questo l’abbraccio dopo la vittoria è stato il momento più toccante di tutta la giornata.
Il Palio è tradizione, amicizia ma anche competizione: cosa significa per te indossare i colori di Filiamabili?
Indossare i colori di Filiamabili, per me, significa molto più che vestire una maglia o un foulard, da bambina ero un po’ distratta e capitava s volte che mi dimenticassi d’indossare l’una o l’altro. Ricordo che una volta dissi spontaneamente: “Tanto io ho la faccia che dice che sono di Filiamabili”. Col tempo ho capito che quella frase raccontava una verità profonda. Oggi quei colori
non sono semplicemente qualcosa che indosso: sono la mia identità. Sono la mia storia, i ricordi di Largo Mazara, di Via Corfinio, le serate trascorse sul muretto dietro la villetta, le persone con cui sono cresciuta. Indossare i colori di Filiamabili significa essere me stessa. È la mia casa, il luogo a cui appartengo e non potrei immaginarmi in nessun altro modo.
Se dovessi descrivere questa vittoria con una sola parola, quale sceglieresti e perché?
Sceglierei senza dubbio fiducia. È una parola che, per me, racchiude un duplice significato. Da una parte c’è la fiducia che il Cavaliere ha dimostrato nei nostri confronti, affrontando insieme a noi, fin dal mese di luglio, tutte le difficoltà che si sono presentate. Dall’altra c’è la fiducia che noi, come Sestiere, abbiamo riposto non solo nel Cavaliere o nella squadra, ma soprattutto nelle persone che la compongono. Forse, però, c’è un’altra parola che descrive ancora meglio tutto questo: persone. I Sestieri sono sì associazioni, ma prima di ogni altra cosa sono fatti di persone, con le loro storie, i loro legami e le relazioni che costruiscono ogni giorno. Ed è proprio da queste relazioni che nasce quella base solida sulla quale, anno dopo anno, si costruiscono i risultati più belli.
Hai scritto una pagina importante del Palio: sei la prima capitana donna a riportare la vittoria a Filiamabili. Che significato ha per te questo traguardo?
Essere la prima capitana donna ha inevitabilmente portato con sé aspettative e pressioni. Non perché si trattasse di un caso
particolare, ma perché ogni cambiamento genera attese, curiosità e il desiderio di capire quali conseguenze potrà avere. Ne sono sempre stata consapevole e non l’ho mai nascosto. La conquista del Palio la vivo come credo la vivrebbe qualsiasi capitano, indipendentemente dal fatto di essere uomo o donna. Quando si assume la guida di un Sestiere, uno degli obiettivi più importanti del proprio mandato è proprio quello di riportare a casa il Palio. Raggiungerlo dopo appena una Giostra vissuta da capitana rappresenta per me un motivo di grande orgoglio e un immenso onore. Sono soprattutto fiera delle scelte che ho compiuto, anche nei momenti più difficili. Ho sempre cercato di restare fedele a me stessa, senza prendere decisioni di convenienza o lasciarmi guidare esclusivamente dalle opinioni degli altri. Ho voluto che ogni scelta rispecchiasse i miei valori e la persona che sono. Perché continuo a credere che, al centro di tutto, ci siano sempre le persone e l’autenticità con cui scelgono di mettersi al servizio della propria comunità.
Da capitana, qual è stata la responsabilità più grande che hai sentito sulle spalle in questi due anni?
Le responsabilità di un capitano sono davvero tante, ma se dovessi riassumerle partirei da una su tutte: essere un buon testimone. Credo che un buon capitano non sia colui che dice agli altri come fare le cose, ma chi le fa in prima persona. Attraverso l’esempio si trasmettono i valori, il senso di appartenenza e lo spirito di sacrificio che stanno alla base di tutto ciò che facciamo. Spesso il volontariato viene associato solo ai momenti di festa, alle cene o al divertimento. In realtà quella è soltanto la parte finale, e nemmeno sempre. Prima ci sono settimane e mesi di lavoro silenzioso, di impegno e di sacrificio. Il messaggio che mi piacerebbe arrivasse è che ci si diverte proprio facendo le cose insieme, costruendole con le proprie mani. Quando qualcosa nasce dal nostro impegno, la soddisfazione è ancora più grande. Un’altra responsabilità che sento profondamente è quella di riuscire a vedere tutte le persone. Spesso l’attenzione si concentra sulle figure più visibili, come il Cavaliere, gli sbandieratori o i tamburini, ma dietro ogni successo c’è un esercito di volontari che lavora lontano dai riflettori. Sono mani silenziose che rendono possibile tutto questo e che meritano lo stesso riconoscimento. Per me dimenticarle sarebbe un errore enorme. Infine, c’è la responsabilità che considero la più importante: quella nei confronti dei ragazzi. Nessuno di noi resterà per sempre in prima linea. Siamo tutti di passaggio ed è giusto che le nuove generazioni comprendano di avere un ruolo, un valore e una responsabilità. Devono sapere che il loro contributo conta davvero, che le loro idee hanno un peso e che saranno loro, un giorno, a raccogliere il testimone e a portare avanti la storia del Sestiere.
Qual è il ricordo che conserverai per sempre della giornata della vittoria?
Se penso all’immagine che porterò sempre con me di questo Palio, sono sicuramente gli abbracci arrivati subito dopo la conferma della vittoria. Abbracci che, in quel momento, quasi non avevano un volto preciso, ma racchiudevano tutte le persone che ogni giorno condividono con me questo percorso.
Sono le persone che lavorano al mio fianco, spalla a spalla, con l’obiettivo di fare sempre qualcosa di bello, mettendoci il tempo, l’impegno e il coraggio di prendere decisioni, anche quando non sono facili. Quando quelle scelte vengono ripagate da un risultato come questo, l’emozione è indescrivibile. Se dovessi custodire un solo ricordo, sceglierei proprio quella gioia condivisa. Nel caos della festa non riuscivo nemmeno a distinguere tutti i volti, ma sentivo il calore di un unico grande abbraccio. È quella sensazione di felicità collettiva, vissuta insieme, che resterà per sempre impressa nella mia memoria.
A chi dedichi questo Palio? C’è una persona che senti di dover ringraziare in modo speciale?
Se dovessi dedicare questo Palio a qualcuno, ci sono delle persone che mi vengono in mente. Il primo pensiero va a chi, prima di noi, ha costruito tutto questo con passione e dedizione. Penso a chi ci ha lasciato da poco e ha contribuito a rendere il nostro Sestiere ciò che è oggi. L’ho detto spesso: una parte di questa vittoria appartiene a Salvatore. Ma il mio pensiero va anche a chi deve ancora vivere tutto questo. Lo dedico a mio figlio, che mi ha accompagnata in questa avventura senza essere ancora consapevole di ciò che stavamo vivendo. Mi auguro che un giorno possa provare le stesse emozioni, respirare lo stesso senso di appartenenza e trovare, lungo il suo cammino, persone speciali come quelle che ho avuto la fortuna di incontrare io, con cui condividere un’esperienza così intensa.
Foto di Ivana Caranfa, Sophia Di Nicola e Giovanni Sarrocco.

orgoglio. È un caldo abbraccio, quello che riesce a tenere tutto insieme. Quando ci si trova ad amministrare un sestiere, spesso si ha la sensazione che ci siano tante difficoltà da affrontare e ci si chiede se tutto l’impegno, il tempo e le energie spese abbiano davvero un senso. Poi arrivano giornate come questa, che ti ricordano esattamente perché lo fai. In quei momenti capisci che tutto ha un significato. Ed è bello poterlo riscoprire in un modo così intenso.
tutto ciò che c’è dietro un’impresa come questa. Allo stesso tempo ho provato una grande gioia nel poter festeggiare il nostro trionfo. Non è qualcosa che mi appartiene facilmente, ma in occasioni come questa è inevitabile. Ed è ancora più bello poter condividere questa emozione con persone che sono cresciute con me, che considero la mia famiglia e alle quali voglio un bene immenso.
davvero pensato che fossimo fuori dalla semifinale. Non avevamo ancora fatto bene i calcoli e non sapevamo con certezza se fossimo dentro o eliminati. È stato un momento che mi ha profondamente destabilizzata. Mi sono fermata e mi sono detta di aspettare, di non trarre conclusioni affrettate: “Vediamo com’è andata, magari gira dalla nostra parte, magari ce la facciamo”. E alla fine è stato proprio così. Il momento in cui ho capito che tutto poteva davvero cambiare è stato dopo la vittoria della semifinale. L’esplosione di gioia arrivata dalla tribuna dei nostri tifosi, che avevano intuito prima di noi l’esito della gara, ci ha trasmesso un’energia incredibile. È stata una carica fortissima per il Cavaliere e per tutta la squadra. In quell’istante si è riaccesa la speranza e abbiamo iniziato a credere davvero che il Palio potesse essere nostro.
ci riserviamo sempre nei momenti più profondi, quelli davvero importanti. Questa volta, invece, quell’abbraccio è arrivato davanti a tutti, in un momento pubblico, ed è stato incredibilmente intenso. Tra le sue braccia ritrovo sempre la bambina che sono stata. Il ruolo di capitana mi chiede ogni giorno forza, responsabilità e determinazione, ma con lui posso lasciare andare tutto e tornare semplicemente una figlia. È una passione che condividiamo insieme da sempre. Anzi, come dice spesso mia madre, “sei tutta tuo padre”. Per questo l’abbraccio dopo la vittoria è stato il momento più toccante di tutta la giornata.
non sono semplicemente qualcosa che indosso: sono la mia identità. Sono la mia storia, i ricordi di Largo Mazara, di Via Corfinio, le serate trascorse sul muretto dietro la villetta, le persone con cui sono cresciuta. Indossare i colori di Filiamabili significa essere me stessa. È la mia casa, il luogo a cui appartengo e non potrei immaginarmi in nessun altro modo.
Sceglierei senza dubbio fiducia. È una parola che, per me, racchiude un duplice significato. Da una parte c’è la fiducia che il Cavaliere ha dimostrato nei nostri confronti, affrontando insieme a noi, fin dal mese di luglio, tutte le difficoltà che si sono presentate. Dall’altra c’è la fiducia che noi, come Sestiere, abbiamo riposto non solo nel Cavaliere o nella squadra, ma soprattutto nelle persone che la compongono. Forse, però, c’è un’altra parola che descrive ancora meglio tutto questo: persone. I Sestieri sono sì associazioni, ma prima di ogni altra cosa sono fatti di persone, con le loro storie, i loro legami e le relazioni che costruiscono ogni giorno. Ed è proprio da queste relazioni che nasce quella base solida sulla quale, anno dopo anno, si costruiscono i risultati più belli.
particolare, ma perché ogni cambiamento genera attese, curiosità e il desiderio di capire quali conseguenze potrà avere. Ne sono sempre stata consapevole e non l’ho mai nascosto. La conquista del Palio la vivo come credo la vivrebbe qualsiasi capitano, indipendentemente dal fatto di essere uomo o donna. Quando si assume la guida di un Sestiere, uno degli obiettivi più importanti del proprio mandato è proprio quello di riportare a casa il Palio. Raggiungerlo dopo appena una Giostra vissuta da capitana rappresenta per me un motivo di grande orgoglio e un immenso onore. Sono soprattutto fiera delle scelte che ho compiuto, anche nei momenti più difficili. Ho sempre cercato di restare fedele a me stessa, senza prendere decisioni di convenienza o lasciarmi guidare esclusivamente dalle opinioni degli altri. Ho voluto che ogni scelta rispecchiasse i miei valori e la persona che sono. Perché continuo a credere che, al centro di tutto, ci siano sempre le persone e l’autenticità con cui scelgono di mettersi al servizio della propria comunità.
Le responsabilità di un capitano sono davvero tante, ma se dovessi riassumerle partirei da una su tutte: essere un buon testimone. Credo che un buon capitano non sia colui che dice agli altri come fare le cose, ma chi le fa in prima persona. Attraverso l’esempio si trasmettono i valori, il senso di appartenenza e lo spirito di sacrificio che stanno alla base di tutto ciò che facciamo. Spesso il volontariato viene associato solo ai momenti di festa, alle cene o al divertimento. In realtà quella è soltanto la parte finale, e nemmeno sempre. Prima ci sono settimane e mesi di lavoro silenzioso, di impegno e di sacrificio. Il messaggio che mi piacerebbe arrivasse è che ci si diverte proprio facendo le cose insieme, costruendole con le proprie mani. Quando qualcosa nasce dal nostro impegno, la soddisfazione è ancora più grande. Un’altra responsabilità che sento profondamente è quella di riuscire a vedere tutte le persone. Spesso l’attenzione si concentra sulle figure più visibili, come il Cavaliere, gli sbandieratori o i tamburini, ma dietro ogni successo c’è un esercito di volontari che lavora lontano dai riflettori. Sono mani silenziose che rendono possibile tutto questo e che meritano lo stesso riconoscimento. Per me dimenticarle sarebbe un errore enorme. Infine, c’è la responsabilità che considero la più importante: quella nei confronti dei ragazzi. Nessuno di noi resterà per sempre in prima linea. Siamo tutti di passaggio ed è giusto che le nuove generazioni comprendano di avere un ruolo, un valore e una responsabilità. Devono sapere che il loro contributo conta davvero, che le loro idee hanno un peso e che saranno loro, un giorno, a raccogliere il testimone e a portare avanti la storia del Sestiere.
Sono le persone che lavorano al mio fianco, spalla a spalla, con l’obiettivo di fare sempre qualcosa di bello, mettendoci il tempo, l’impegno e il coraggio di prendere decisioni, anche quando non sono facili. Quando quelle scelte vengono ripagate da un risultato come questo, l’emozione è indescrivibile. Se dovessi custodire un solo ricordo, sceglierei proprio quella gioia condivisa. Nel caos della festa non riuscivo nemmeno a distinguere tutti i volti, ma sentivo il calore di un unico grande abbraccio. È quella sensazione di felicità collettiva, vissuta insieme, che resterà per sempre impressa nella mia memoria.
Se dovessi dedicare questo Palio a qualcuno, ci sono delle persone che mi vengono in mente. Il primo pensiero va a chi, prima di noi, ha costruito tutto questo con passione e dedizione. Penso a chi ci ha lasciato da poco e ha contribuito a rendere il nostro Sestiere ciò che è oggi. L’ho detto spesso: una parte di questa vittoria appartiene a Salvatore. Ma il mio pensiero va anche a chi deve ancora vivere tutto questo. Lo dedico a mio figlio, che mi ha accompagnata in questa avventura senza essere ancora consapevole di ciò che stavamo vivendo. Mi auguro che un giorno possa provare le stesse emozioni, respirare lo stesso senso di appartenenza e trovare, lungo il suo cammino, persone speciali come quelle che ho avuto la fortuna di incontrare io, con cui condividere un’esperienza così intensa.