Ci sono libri che raccontano una storia e altri che, attraverso le storie, finiscono per ricostruire un pezzo di vita collettiva.
È in questa seconda dimensione che si colloca Un anno vissuto pericolosamente, il volume di Luca Giacobbi e Simone Sperduto, pubblicato da Aiep Editore, un’opera nella quale memoria personale, impegno civile, amicizia, spiritualità, cultura e territorio si intrecciano continuamente.
Già la quarta di copertina chiarisce la prospettiva del progetto: le storie raccolte non rappresentano soltanto ricordi di persone, luoghi ed eventi, ma «frammenti di vita» che, intrecciandosi, raccontano l’identità di una comunità, il suo passato e la sua capacità di guardare al futuro. pricolo di vita cover sta
Il nucleo originario del racconto è legato all’esperienza vissuta da Giacobbi tra il 1995 e il 1996 durante il servizio civile presso la Comunità Papa Giovanni XXIII.
È da quel periodo che prendono forma ricordi, incontri e riflessioni destinati ad andare ben oltre la dimensione strettamente autobiografica.
Tra le figure centrali emerge don Oreste Benzi, insieme a don Marino Gatti, don Nevio Faitanini e don Elio Piccari: presenze che attraversano il racconto come testimonianze di una concezione concreta del servizio agli altri.

Lisa Di Giovanni: dalla memoria individuale alla narrazione collettiva
Tra le firme che arricchiscono il volume figura anche la teramana Lisa Di Giovanni, giornalista, scrittrice e professionista della comunicazione, che firma il contributo Un’opera viva, dinamica e autenticamente collettiva.
Di Giovanni sceglie un’immagine immediata per entrare nell’universo del libro: quella di una partita di calcio. La vita diventa un campo sul quale non esistono schemi perfetti o giocate già scritte, ma possibilità, errori, intuizioni e scelte. È da questa metafora che nasce una delle frasi centrali della sua lettura: “Ogni incontro diventa occasione, ogni errore insegnamento, ogni passaggio relazione”.
Per la giornalista teramana, infatti, Un anno vissuto pericolosamente non può essere ricondotto a una semplice autobiografia.
È piuttosto un’opera corale e stratificata, costruita attraverso voci, sensibilità ed esperienze differenti che si completano reciprocamente.
La memoria individuale diventa così memoria condivisa e il percorso dei due autori si allarga fino a comprendere le persone incontrate lungo il cammino.
Di Giovanni individua nell’esperienza presso la Comunità Papa Giovanni XXIII una vera trasformazione interiore. Don Oreste Benzi, don Marino Gatti, don Nevio e don Elio non sono semplicemente personaggi ricordati nelle pagine, ma punti di riferimento di un’esperienza nella quale fede e solidarietà assumono la forma concreta dell’azione quotidiana.
La riflessione della giornalista si conclude riportando il lettore alla metafora iniziale: ciò che rimane di una partita non è soltanto il risultato, ma l’intensità con cui si è scelto di giocarla. Vivere significa allora esporsi, scegliere e partecipare, anziché rimanere spettatori.
È proprio in questo significato che l’espressione “vissuto pericolosamente” perde ogni riferimento all’incoscienza e diventa sinonimo del mettersi pienamente in gioco.
