Evento di rilevanza nazionale a cui l’avvocato Valori dedicò un articolo su Il Mattino, lo storico quotidiano di Napoli.
Il 15 agosto è da tradizione il giorno del Ferragosto, la Feriae Augusti dell’antica Roma, giorno simbolo dell’estate. Ma non solo. Perché il 15 agosto, nel calendario della Chiesa cattolica, è il giorno della celebrazione dell’Assunzione al Cielo di Maria Santissima.
Forte e sentita è la devozione alla Madre di Gesù nel nostro territorio, tanti sono i santuari dedicati a Maria Santissima tra cui quello di Miracoli a Casalbordino, dedicato alla Madonna dei Miracoli, patrona della Diocesi di Chieti-Vasto.
L’11 e 12 agosto è stato l’anniversario della consacrazione dell’attuale chiesa, oggi Basilica ed allora eretta come santuario, alla Madonna dei Miracoli. Un evento che ebbe una risonanza nazionale, a cui dedicò un articolo su Il Mattino (lo storico quotidiano partenopeo) l’avvocato Raffaele Valori. Pagine in cui riportò il programma delle solenni giornate, la storia della Madonna dei Miracoli dall’apparizione alla costruzione della prima chiesa e citò le pagine del “Trionfo della morte” di D’Annunzio e il quadro di Michetti dedicati a Casalbordino e al culto della Madonna dei Miracoli.
Nel 1995 Lello Valori ha vinto il 1° Premio – sezione di poesia inedita in dialetto abruzzese alla XVII edizione del Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Penne”.
Questo il testo della poesia intitolata “A mamme”:
Pare ca st’ a cascà sta bella lune
sopra stu monne, dentr’a sta vallate.
Ma’, mo’ mi vuje fa’ na riparlate
‘nchi ‘tte chi cunte stelle a une a une.
‘Nghi chi ti parle, ma’, si sti luntane?
‘J tinghe nu tilefune a lu core
chi strille si tu sinte nu dolore,
chi strille furte si suspire chiane…
E tu pure li ‘tìie: mi li si dette
ca nin pu’ durmì quand’j ‘nn’rripose:
vide e sinte ‘nchi ‘mme tutte li cose,
piagne e ride ‘nchi ‘mme proprie a bacchette.
E pije ‘ssa curnette mamma sante!
Ca ti vuje parlà come ‘nna vote
Quande furte m’astrignive sti ‘ddu gote
E m’assuchive l’ucchie da lu piante.
Chi bille timpe allore, ‘nn’è lu vere?
Nin mi stancheve maje d’arcuntà.
Ti dice’ tutte (t’arricurde mma’?)
St’anime, stu core e li pinsiere.
Ma mo’ so’ diventate quasi mute:
‘nn ‘ti dice dice niente niente di sta vite,
né di st’anime chi mi s’è scurite,
né di stu pette piene di rifiute.
Eppure ‘ss’ucchie mi sta sempre affianche
pijene di sole e di malincunije.
‘Ssa voce m’arichiame pi la vije..
voce chi cante, preghe e ma’ si stanche.
‘Ssì mane mi dà ‘ncore li carezze
chi doppe ‘tte nisciune ‘cchiù m’ha date.
‘Ssu core chi m’ha sempre pirdunate
cuntinue a palpità di tenerezze.
Dajje ‘mma’, parle su, dimme caccose;
farm’ arsinti’ ‘ssa voce accuscì ‘bbelle…
Proprie mo’? Scì; e ‘nnmezz’a tante stelle;
proprie mo’ chi stu core nin m’arpose.
Nin piagne, ma’, almene pi massere,
pure s’è la gioje chi mi si’ ‘rtruvate…
Mo ha’ da ride furte, a la schiattate;
dapù, magare, dimme ‘nna prighiere.
In occasione della storica visita di Giovanni Paolo II nel vastese nel 1983 inviò questa lettera aperta al Pontefice, pubblicata su Il Nuovo con cui collaborava con lo pseudonimo Cogitoergosum.
Santo Padre!
Per la prima volta dopo circa otto secoli il Cristo in terra, l’erede di Pietro viene in mezzo a noi a calpestare la nostra terra, queste colline ubertose e ricche di vita, questo mare stupendamente azzurro, questo cielo miracolosamente pulito, queste pianure lussureggianti di colture e ciminiere.
Oggi l’intero Vastese si stringe intorno alla Tua Santa Persona a testimoniare la fede incrollabile e le preghiere testarde e sottomesse dei nostri padri.
E Tu ammirerai i nostri orizzonti soffusi di luce e di serenità, gli occhi ancora puri delle nostre donne, i sorrisi ancora casti dei nostri bambini, e queste nostre contrade che sembrano quasi felici.
Ma non tutto è così bello, non tutto è così sereno, non tutti sono così felici.
Anche qui il condannato a morte del Calvario non ha smesso mai di morire.
Anche qui continua a morire ogni giorno nelle fabbriche, nelle amministrazioni, nelle prigioni, in ogni dove. Ovunque esistono ancora barriere, frontiere, muri di Berlino, grandi muraglie. Ovunque esistono ancora bianchi e neri, padroni e servitori, sfruttati e sfruttatori, persone che accettano o sono costretti ad accettare tali fossati come se fosse normale che alcuni debbano essere sfruttati e calpestati, come se fosse normale che alcuni siano puniti più severamente di altri, come se fosse normale che alcuni siano schiavi e ritrattati.
Duemila anni fa discese dal Cielo e visse in mezzo agli uomini il figlio di Dio. Egli voleva abolire la schiavitù, l’odio, i peculati, le sopraffazioni, le prevaricazioni.
Voleva trasformare la terra in un immenso cantiere dove tutti lavorassero uniti e sereni, in unità di intenti ed in armonie di sentimenti, dai contadini agli architetti, dagli scienziati agli operai, dagli studiosi agli artisti.
Voleva l’umanità intera nobilitata dal lavoro e dall’ordine, trasformata dalla fede e dalla pace, rifondata dall’amore e dalla giustizia. Ma allora, benchè tutti l’avessero acclamato nella domenica delle Palme, “sui eum non receperunt”, i suoi non lo vollero riconoscere, preferendogli Barabba.
Santo Padre, tu sei il Cristo in terra e vieni oggi in mezzo a noi. E stavolta tutti ti riconoscono e ti acclamano. Tutti i politici (fra cui quelli che ogni tanto si adombrano se prendi la parola in nome della verità e della fede) ti salutano con parole di entusiasmo, ed accorrono vicino a te.
Tutte le autorità si inchinano riverenti. Tutti i padroni si dichiarano tuoi servi.
Ma in mezzo alla moltitudine osannante ci sono ancora molti scribi e farisei che oggi si chiamano potenti, maneggioni, furbi approfittatori, schiavisti, che ti riconoscono come un potente, il più potente di tutti, ma non come il Cristo in terra.
Non sanno essi, stolti, che la tua corona non è d’oro (simbolo del re sulla terra) né d’alloro (simbolo del re degli eserciti) né di fiori (simbolo del re della natura), ma soltanto di spine e, perciò, ti fa il re dei martiri.
Parla, dunque, Santo Padre, al cuore di ognuno di noi, soprattutto a me primo fra i peccatori. Tu che non fai altro che rivalutare l’Uomo, ricordaci che l’Autorità, quella vera, viene solo da Dio; indicaci la via del bene, dì che i nostri politici debbono essere servitori del popolo, che anche il più umile dei cittadini è figlio di Dio, che la democrazia va praticata e non soltanto predicata, che debbono cessare le ingiustizie e gli sfruttamenti, che l’uomo non deve essere più lupo per il suo simile ma che tutti, come le cellule di uno stesso corpo, debbono vivere uniti tra loro in sinergia, sia quelli che seminano i campi, sia quelli che fanno fumare le officine, sia quelli che aggrediscono le scrivanie, sia nell’interno di focolari in cui sudano le mamme e sia nelle viscere della terra in cui brancolano i minatori.
Che la tua venuta in mezzo a noi sia un risveglio per le coscienze di tutti, un’occasione unica per rimboccarci le maniche e ricominciare daccapo, una sferzata per i reprobi, una ventata d’ottimismo per i negletti e sfortunati.
Che queste nostre contrade, già avvantaggiate perché in esse non ancora arrivano le brutture del mondo, diventino un modello di civitas DEI, dove l’Uomo sia veramente libero, democratico e giusto.




