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Come ogni anno torna l’INPS a pubblicare i dati annuali dell’andamento previdenziale del nostro Paese. E ogni anno ci si chiede: come lo governi un Paese con questi dati, sempre peggiori?

Non deve essere facile governare un paese così. Con salari che non reggono il costo della vita, popolazione che invecchia troppo rapidamente, nascite in costante diminuzione e profonde differenze regionali e di genere.
Perché questo è il triste quadro dipinto dal XXV Rapporto annuale dell’INPS, presentato a Montecitorio dal presidente dell’Istituto Gabriele Fava, davanti al Ministro Marina Calderone.

In Italia il tasso di occupazione continua a restare molto inferiore rispetto alla media europea, e permangono forti squilibri sia tra Nord e Sud che tra uomini e donne a lavoro.
Gli assicurati iscritti all’INPS continuano vertiginosamente ad aumentare, ma con una più forte incidenza di quelli provenienti da Paesi extra UE: da noi un lavoratore su dieci lo è.

Per non parlare del calo costante del lavoro autonomo. E dell’aumento della Gestione Separata INPS, che raccoglie professionisti, collaboratori e numerose forme di lavoro flessibile.
Un fenomeno che mostra un mercato del lavoro sempre più caratterizzato da discontinuità, collaborazioni temporanee e attività fuori dagli schemi previdenziali tradizionali.
Tutto ciò lancia grandi sfide al nostro sistema di protezione sociale, che deve adattarsi a forme di lavoro sempre meno lineari rispetto al passato. Significa arrancare dietro problemi enormi.

Un altro dramma è quello della forte crisi demografica italiana.
Il progressivo calo delle nascite, parallelo all’irreversibile invecchiamento della popolazione, è tra le massime criticità per il futuro del sistema economico e previdenziale italiano.
L’Assegno Unico Universale e gli altri incentivi alla natalità dimostrano effetti indesiderati, se non sostenuti da politiche capaci di aiutare in concreto l’occupazione femminile.
Così le donne non riescono a pareggiare il numero di lavoratori uomini.
Troppe restano le difficoltà nel conciliare lavoro e cura dei figli: condizione che in Italia continua a ricadere soprattutto sulle donne. Che poi, quando vanno in pensione, sono pure meno ricche degli uomini.

Senza tralasciare che si è alzata l’età effettiva di uscita dal lavoro, ed è aumentato il numero dei “pensionati lavoratori”: il confine tra occupazione e pensionamento è sempre più sottile.
E per questo aumenta il peso della componente assistenziale, soprattutto dell’indennità di accompagnamento, che è conseguenza diretta dell’allungamento della vita media.

No, non deve essere semplice gestire un Paese con un grave invecchiamento della popolazione, forte denatalità, marcato divario occupazionale femminile e netta perdita di potere d’acquisto dei salari.
Sono tutte questioni collegate, che richiederebbero interventi coordinati e di lungo periodo.

Chiunque provi a farlo, deve confrontarsi con i dati INPS, che ogni anno tornano a ricordarci che la nave sta affondando.
E che non possiamo abbandonarla saltandoci fuori.

Lucia Abbatantuono

Lucia Abbatantuono

Giornalista pubblicista. Laurea cum laude in Scienze Politiche Economico/Internazionali. Master ISSMI - Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze. Stagista UNESCO e ricercatrice per i Ministeri dell'Interno e della Difesa. Analista al Centro Alti Studi per la Difesa. Esperta di politica militare e diritto internazionale. Funzionario della Pubblica Amministrazione. Appassionata di letteratura, storia e musica classica, è pianista per diletto. Ha pubblicato un romanzo e alcune antologie poetiche. Oggi scrive anche per Lagiustizia.net, Stampa Parlamento, Corriere Nazionale, Mondoperaio, Il Chaos e L'Autiere. Moderatrice e relatrice in dibattiti accademici sul diritto internazionale. Socia del torinese Club di Cultura Classica e Movimento Socialista Liberale. Aderente a Reporters sans frontières e al Movimento Federalista Europeo.