Riceviamo e pubblichiamo un denso articolo di riflessione della professoressa Ilaria Vaglini, filosofa e pedagogista, docente del Master in Neuroscienze, Mindfulness e Pratiche Contemplative dell’Università di Pisa, progettista per la formazione di Mind4Children, spin-off dell’Università di Padova.
Ogni settembre la campanella suona e, con essa, ricomincia una domanda che ripetiamo quasi senza accorgercene, quando un figlio o uno studente torna a casa o esce dall’aula: quanto hai preso?
È una domanda innocente in apparenza, eppure porta con sé un’idea di scuola che vale la pena guardare da vicino, perché in quelle tre parole c’è già tutto il peso di una cultura della performance che misura il ragazzo prima di conoscerlo, che lo riduce a un numero prima ancora che abbia avuto il tempo di scoprire chi è. Non che la valutazione non sia necessaria, lo è, ma dovrebbe essere prima di tutto un’autovalutazione consapevole, uno strumento che consenta al ragazzo di comprendere il proprio processo di crescita e non un giudizio che lo chiude; ed ecco che se la domanda fosse un’altra, se chiedessimo che cosa hai scoperto oggi, che cosa ti ha sorpreso, che cosa non ti torna, sposteremmo lo sguardo dal risultato al cammino, e da lì, forse, ricomincerebbe qualcosa.
Perché il cervello di un adolescente non è un contenitore da riempire e da verificare a scadenze fisse, ma una materia viva, plastica, che si modella su ciò che incontra, e le neuroscienze ce lo dicono ormai con una chiarezza che dovrebbe cambiare il modo in cui educhiamo: più stimoli positivi riceve, più suggerimenti fiduciosi e più occasioni di meraviglia gli vengono offerte, più quel cervello si apre, costruisce connessioni, impara ad imparare.
Il sapere, la cultura, lo studio non sono soltanto un bagaglio da accumulare, sono una forza che trasforma chi la attraversa, e il successo, quello vero, non arriva quando lo si insegue come un obiettivo, ma quando ciascuno, riconoscendo il proprio daimon, la propria natura e i propri tempi, trova la strada che gli appartiene. Quando invece il voto diventa il fine, sia per l’insegnante che per la famiglia, e i genitori, spesso in buona fede, si occupano di avere figli bravi più che figli felici, ciò che si produce è sofferenza, e la sofferenza, come vedremo, è la nemica più silenziosa dell’apprendimento.
C’è un fatto che la ricerca ci restituisce e che ogni educatore dovrebbe tenere in tasca insieme al registro: prima di capire, sentiamo. Il corpo arriva sempre prima della mente, le sue memorie hanno già raccolto tutte le informazioni che accendono le nostre emozioni quando il pensiero comincia appena a formularsi, e se ciò che il corpo sente è paura, il cervello entra in allerta, attiva le aree della difesa e chiude quelle della curiosità. È in questo modo che la paura dell’errore diventa invalidante, non perché il ragazzo non sappia, ma perché tutto il suo sistema è occupato a proteggersi anziché a conoscere, e insieme all’apprendimento si contrae anche lo sviluppo dell’affettività. Gli studi che stiamo conducendo sul respiro tra l’Università di Pisa e l’Università di Padova, con il progetto RespiroSento, partono esattamente da qui, dall’idea che tornare al respiro e alle memorie del corpo non sia un esercizio accessorio ma il primo passo per riportare un cervello in allarme nella condizione in cui può, di nuovo, imparare.
Se dunque il corpo sente prima, la domanda diventa che cosa fa sentire, e la risposta è più semplice e più esigente di quanto si pensi: il primo regolatore emotivo di un bambino è l’adulto che ha davanti. Le ricerche sulla warm cognition della professoressa Daniela Lucangeli mostrano che si impara dentro l’emozione dell’adulto di riferimento e non nonostante quella, che uno sguardo caldo e una voce ferma ma accogliente non sono il contorno della lezione ma la sua condizione di possibilità. E questo vale ben oltre l’infanzia, perché nel momento in cui parlo con chiunque, in un colloquio, in un confronto, in una riunione, sto già attivando o spegnendo determinate aree emotive nell’altro, che io ne sia consapevole oppure no.
Regolare sé stessi, allora, non è soltanto un lavoro su di sé, è una responsabilità verso chi ci sta davanti, e vale nella relazione tra insegnante e alunno come in quella tra colleghi, tra genitori, tra adulti che condividono un luogo di lavoro. È per questo che con Mind4Children, lo spin-off dell’Università di Padova, portiamo questi studi in tutta Italia attraverso corsi e percorsi che si rivolgono alla scuola, alla formazione e al sostegno degli insegnanti, al supporto alla genitorialità e anche alle aziende e alle strutture complesse, perché la regolazione emotiva non smette di contare quando si diventa grandi, e un’organizzazione che non si prende cura del clima emotivo dei suoi adulti difficilmente potrà prendersi cura di chiunque altro.
Dall’altra parte, i lavori che portiamo avanti a Pisa con i professori Angelo Gemignani e Ciro Conversano sulla consapevolezza ci raccontano la stessa storia da un altro versante, e cioè che lo sviluppo dell’attenzione a ciò che accade dentro e fuori di noi migliora in modo misurabile lo stato di benessere, e che una mente in salute, una mente che sta bene, è una mente che impara e che evolve, mentre una mente sofferente è una mente che si contrae e fatica, che spende ogni energia per reggersi in piedi e non ne ha più per aprirsi al mondo.
Sullo sfondo di tutto questo c’è una realtà che nessuno di noi può più fingere di non vedere, la sofferenza dei giovani, sempre più evidente nelle classi, nelle famiglie, nei pronto soccorso, e che stiamo iniziando a studiare in modo sistematico proprio perché capire come alleviarla è oggi, forse, il compito educativo più urgente che abbiamo. Non si tratta di togliere ai ragazzi la fatica, che è parte del crescere, ma di distinguere la fatica buona, quella dell’impegno, del senso del dovere, della frustrazione dell’errore che si impara a reggere, dalla sofferenza che paralizza; e questa distinzione la può fare solo un adulto che sia lui stesso, per primo, regolato e consapevole.
Che cosa può fare, allora, chi in questi giorni rientra in aula o accompagna un figlio al cancello? Può cominciare da cose piccole e con umiltà: fermarsi un istante prima di entrare in classe e respirare, perché quel respiro sarà il primo messaggio che i ragazzi riceveranno; non avere paura di un abbraccio, o di quel contatto semplice, una mano sulla spalla, uno sguardo che si ferma, che dice al corpo prima che alla mente sei al sicuro qui, perché è da lì, da quella sicurezza sentita, che una mente può tornare ad aprirsi; chiedere che cosa hai scoperto prima di chiedere quanto hai preso; nominare l’errore come una tappa e non come una sentenza; ricordarsi che scuola e famiglia sono le due agenzie che educano lo stesso ragazzo, e che quando lavorano l’una contro l’altra è lui a pagare il conto, mentre quando uniscono gli intenti è lui a fiorire.
E poi c’è un messaggio che porto sempre agli insegnanti in formazione che incontro ormai da anni al TFA di Pisa, ed è quello di entrare in classe con le tre U: l’Umiltà, l’Umanità e l’Umorismo, perché l’umiltà ci ricorda che non sappiamo tutto e che ogni ragazzo ha qualcosa da insegnarci, l’umanità ci tiene vicini alla sua fragilità e alla nostra, e l’umorismo, che è forse la forma più alta dell’intelligenza, scioglie la paura là dove nessuna spiegazione riuscirebbe ad arrivare. Sono tre cose che non costano nulla, che stanno in una tasca, e che possono fare di questo settembre l’inizio di un anno in cui i nostri ragazzi, invece di essere misurati, vengano finalmente incontrati.
