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PACENTRO- È trascorso un mese dalla 630ª edizione della Corsa degli Zingari di Pacentro. Le ferite ai piedi sono ormai guarite, le emozioni, però, sono ancora vivide. Il dolore e la fatica sono passeggeri, la devozione, l’amore e il senso di appartenenza, invece, quelle restano e durano anche una vita. Uno dei riti più antichi e identitari del territorio peligno non smette di stupire e di raccontarsi: a vincere l’edizione 2026 è stato il ventunenne Daniele Silvestri, che ha completato il percorso in 5 minuti e 35 secondi, conquistando il suo secondo successo dopo quello del 2024.

La Corsa non nasce come competizione sportiva, le sue origini si intrecciano con devozione e memoria popolare, tra antiche prove di coraggio e il voto religioso legato al pellegrinaggio verso Loreto. I partecipanti difatti affrontano scalzi il percorso dal Colle Ardinghi, attraversando sentieri, pietre, rovi e il torrente Vella, per poi risalire fino alla chiesa della Madonna di Loreto. Una tradizione che si tramanda di padre in figlio, dove a rendere ancora più forte il legame con il futuro è la Corsa degli Zingarelli, dedicata ai bambini, nata proprio per trasmettere il rito alle nuove generazioni. La manifestazione ogni anno richiama migliaia di persone e numerosi rappresentanti delle istituzioni, confermandosi come un evento capace di unire fede, sacrificio, appartenenza e memoria collettiva.

Una memoria che si rinnova ogni anno e che continuiamo a vivere, e in un certo senso a rivivere dai numerosi manifesti pubblicitari ancora presenti in città, dove protagonista è un uomo scalzo che salta correndo, in canotta bianca, pantaloncini azzurri e una bandana al collo. Chi è quest’uomo coraggioso dall’espressione sofferente con braccia e mani alzate? Oggi andiamo oltre l’immagine, viaggiando nel tempo, cercando di andare dietro le parole, arrivando fino al cuore di chi la Corsa la vive tutto l’anno, insieme a Massimo Saccoccia.

Massimo, l’immagine di te che corri scalzo è un’icona della Corsa degli Zingari, dopo ventisette partecipazioni cosa significa per te arrivare a un traguardo del genere?

Questa è una delle domande che mi fanno in tanti, però è difficile rispondere perché ancora ad oggi io forse non mi rendo conto di quello che sono riuscito a fare nel corso di tutto questo tempo. Mi sono prefissato come obiettivo di arrivare a cinquanta. Sto a più di metà percorso, spero di farcela, se Dio vuole, la Madonna mi accompagna. Però non è facile dire che cosa provo perché comunque ogni volta è un’emozione indescrivibile. È come se fosse la prima volta. Ti ripeto, non mi rendo conto in realtà di quello che ho fatto. Però, piano piano, magari crescendo, forse sto capendo che sono diventato un esempio per tanti e mi fa piacere che molti giovani prendano me come riferimento.

Ricordi ancora la prima volta che hai affrontato la discesa dal Colle Ardinghi? Che emozioni avevi quel giorno?

Sì, ricordo benissimo la prima volta, così come ricordo quello che è stato il convincimento dei miei genitori per partecipare la prima volta, che sono stato un’estate intera a convincere mio padre a mettermi la firma per partecipare. Perché tutti i miei amici quell’anno hanno deciso di partecipare e io forse ero l’unico che rischiava di non andare. Tutta l’estate a lavorare, perché ho sempre lavorato durante l’estate, alla fine della scuola, e non mi sono mai fatto le vacanze. Le ho fatte sempre post orario di lavoro. Per questo ringrazio mio padre, perché comunque mi ha dato la possibilità di capire che cos’è il mondo del lavoro.

Però quell’estate me la ricordo benissimo: un’estate intera ad avere paura di non partecipare, per poi riuscire a partecipare perché sono riuscito a convincerlo. Ed è stata una sensazione bellissima, una cosa indescrivibile.

Terreno secchissimo quell’anno, paragonabile a quello di quest’anno, l’ho detto anche a delle interviste. Ed è stata una sensazione indescrivibile, perché quello che ho provato quella volta non riesco a descriverlo a parole, perché stavo dietro a tante persone che all’epoca facevano un po’ la storia. Sono sceso quattordicesimo, sono arrivato decimo e ricordo mio padre che mi disse prima di salire: “Ci hai messo un’estate intera a convincermi, adesso cerca di non arrivare ultimo”. Arrivai decimo a quindici anni, che era tanta roba all’epoca, ed è stato lì l’inizio della grande avventura in questa corsa.

Hai vinto tre volte, nel 1999, 2000 e 2002. Quale di quelle vittorie porti più nel cuore e perché?

È difficile dare una vittoria, portarla nel cuore più delle altre, perché tutte sono state frutto di sangue e sudore, come dico sempre, come tutte le corse che ho fatto. Diciamo che il ’99, forse ero un po’ più giovane e all’epoca forse non mi sono reso conto realmente di quello che avevo combinato, facendo anche un tempo tra i più veloci di sempre: quattro minuti e trenta. Però di quelle corse in realtà io ho pochi ricordi, se non quelli visti sulle foto e ai video, perché quando poi vai per correre hai veramente pochissimi ricordi. Quella del ’99 è stata l’ultima vittoria nel quale si poteva vincere il trofeo Guido Maiorano di Passo San Leonardo, e quella del 2000 è stato il primo trofeo del Comune di Pacentro, quindi è stata l’ultima del millennio, così come la prima del nuovo millennio. La 2002 forse era un po’ più sudata, quindi magari posso dire che quella là potrei portare un po’ più a cuore, semplicemente perché scesi quarto ma riuscii comunque ad arrivare primo. Il 2000 è stata molto sofferta perché mi spappolai completamente il tallone.

Però a ognuna sono legato tantissimo, perché varcare quella soglia e arrivare sotto la Madonna per primo è qualcosa di veramente emozionante che auguro di provare a tutti i corridori.

Dopo tanti anni, cosa ti spinge ancora a presentarti alla partenza e ad affrontare una prova così dura?

Questa è anche una di quelle domande dove ancora oggi è difficile dare una risposta. Far parte di quel gruppo ogni anno è importantissimo per me, perché vivere quelle emozioni, quelle sensazioni di paura, di ansia, dei giorni precedenti, il giorno stesso, mentre saliamo sul colle, vivere quei momenti in cui ci guardiamo negli occhi, ognuno prova la stessa cosa.  E poi mettersi pronti al via e stare in quel silenzio assordante prima della partenza, dove nessuno parla e si sentono le persone parlare giù, il vento che soffia tra gli alberi. Quella è la cosa che mi spinge più di tutte. È diventata quasi una sorta di dipendenza. Non riesco a farne a meno.

È pesante da affrontare, ma al tempo stesso è bellissimo da vivere. E poi la Madonna di Loreto per me è tutto. Io sono devoto alla Madonna, quindi principalmente lo faccio per quello. Ogni volta che vado a gareggiare cerco sempre di fare la corsa in memoria di qualcuno e soprattutto quel sacrificio affinché possa servire a qualcuno. È una cosa che mi fa stare bene e ogni anno lo dedico a qualcuno. Molte persone non lo sanno, magari glielo dico dopo, molte mi ringraziano. A volte, se persone hanno avuto dei problemi seri, sono guarite.

Mi piace pensare che in parte è potuto dipendere anche da me. E quindi tutte queste cose messe insieme fanno sì che ogni anno, quel giorno, devo stare lì insieme ai ragazzi, anche per dare coraggio ai tanti giovani che si apprestano magari per la prima volta a fare questa corsa folle.

Correre scalzi significa anche dolore, fatica e paura. C’è mai stato un momento in cui hai pensato di non farcela?

Sì, correre scalzi significa dolore, fatica e paura, perché soprattutto quando si cresce si riesce a capire davvero a cosa si va incontro. Però pensare di non farcela non mi è mai capitato. Mi sarei comunque accontentato di qualsiasi risultato. È ovvio che quando vai per vincere, e non vinci, un po’ ci rimani male. Ma negli ultimi vent’anni non sono più andato con quello spirito. Quando non ce l’ho fatta è stato semplicemente in quegli anni in cui non sono riuscito a reggere la pressione di dovermi riconfermare, di dover continuare a scendere e a farmi male. Sono stati il 2003, il 2005 e il 2006: anni in cui non ce l’ho fatta proprio a gareggiare. Mi sono bloccato e non sono riuscito a partecipare. Quindi, per me, “non farcela” significa soprattutto quegli anni in cui non sono riuscito nemmeno a prendere parte alla corsa. È un grosso rammarico, però proprio quello mi ha dato la spinta per capire che avrei dovuto continuare.  Non potevo stare fermo a guardare gli altri correre: io dovevo essere lì.

E infatti, dal 2007 in poi, non mi sono più fermato.

Quanto conta la preparazione fisica e quanto, invece, la forza mentale?

La preparazione fisica vale tanto quanto quella mentale, anche se a volte quella mentale forse conta qualcosa in più.

Serve avere la testa giusta per non bloccarsi al momento del via, non avere paura e riuscire, in qualche modo, a staccare la mente da quello che si sta per affrontare. La preparazione fisica, ovviamente, è fondamentale sia per la discesa, perché è una gara di resistenza, soprattutto al dolore, sia per la risalita, dove servono fiato e gambe. In passato era forse più facile che vincesse qualcuno particolarmente veloce in discesa; oggi, invece, può avere più possibilità chi ha molto fiato e una grande resistenza in salita. Però la forza mentale è quella che, soprattutto negli ultimi anni, mi ha permesso di ottenere buoni risultati. Riesco a controllarmi negli attimi prima della partenza, a concentrarmi e a non pensare troppo a quello a cui sto andando incontro. So bene che, da un momento all’altro, quando suona la campana, tutti i pensieri fatti prima possono sparire e lasciare spazio alla paura e a tutto ciò che riguarda la discesa.  Preparazione fisica e mentale, quindi, vanno di pari passo. Ma forse quella mentale, soprattutto quando si raggiunge una certa età, diventa ancora più importante.

In quasi trent’anni hai visto cambiare generazioni di concorrenti. Come è cambiata la Corsa degli Zingari rispetto alle tue prime partecipazioni?

Questa è una di quelle domande che ti fanno capire quanto tempo sia passato e quante cose siano cambiate. Prima di tutto è cambiato il terreno. Nel corso degli anni, a causa delle piogge e del cambiamento climatico, si è scavato sempre di più ed è diventato più difficile scendere. Ricordo il primo anno in cui ho partecipato: appena suonò la campanella, vidi partire gli altri e respirai letteralmente la polvere lasciata da chi si era buttato giù. In un attimo non li vedevamo più. Una volta si scendeva molto più velocemente, mentre oggi la risalita ha assunto un peso maggiore. È cambiata quindi anche la tipologia di corsa e, in parte, la strategia. In sostanza, una volta si correva molto di più in discesa e meno in salita; oggi, invece, si tende a scendere un po’ più lentamente e a risalire più velocemente. Lo dicono anche i tempi.

Quello che per me non è cambiato è l’attesa, il vivere la festa, sentire le campane e la banda e ricondurre tutto a quel giorno. Le emozioni sono sempre le stesse, anche se ormai sono grande e praticamente sono cresciuto lì sopra. E quello che vedo anche negli altri concorrenti, e che non è cambiato, è la devozione alla Madonna di Loreto.

C’è un momento, un volto o un’immagine legata alla corsa che non hai mai dimenticato?

Diciamo che dei primi anni di corsa ho pochi ricordi. Ho veramente pochissimi frammenti nella testa che mi riportano alle prime corse. Quello che ricordo un po’ di più sono le facce di noi corridori mentre ci facciamo curare i piedi. Cerchiamo di darci conforto, ci stringiamo le mani, ci sosteniamo tra amici, compagni, fratelli zingari, per cercare di soffrire un po’ meno. A volte diamo anche il nostro corpo affinché l’altro possa stringerlo e sopportare meglio il dolore. La cura dei piedi in chiesa è veramente qualcosa di difficile da spiegare. È un dolore atroce, soprattutto quando ci si è fatti molto male, perché viene fatto tutto a crudo, a secco. Quello che ricordo di più sono anche le facce prima del via e le persone in chiesa che mi ringraziano per un consiglio, per una pacca sulla spalla, un abbraccio o un incoraggiamento.  Ma soprattutto ricordo gli sguardi tra noi, mentre ci medicano i piedi. Credo sia questa la cosa che porto con me più di tutte.

Oggi molti giovani partecipano guardando anche a veterani come te. Che consiglio daresti a un ragazzo che sogna di partecipare per la prima volta?

Quello che ho sempre detto a tutte le persone nuove che sono venute a partecipare, così come a chi magari comincia ad avere paura di affrontare la corsa, è di non mollare. Di non mollare mai. Soprattutto chi partecipa per la prima volta. Non bisogna lasciarsi prendere dal panico e non bisogna affrontare la prima esperienza buttandosi come un matto. La prima volta va vissuta: bisogna provare quelle emozioni, guardare gli altri, capire come funziona la corsa e poi, magari l’anno successivo, provare a fare quello che si sente davvero di voler fare.

Quando arriva quel momento di scoraggiamento bisogna cercare di superarlo. Ci sono momenti in cui qualcuno viene da me e mi dice: “No Massimo, non ce la faccio, me ne vado, non partecipo”. Quello è forse il momento più brutto, perché vedi negli occhi delle persone la paura e l’ansia che quasi le divorano.

E io dico sempre: “Guarda che dopo starai male, quindi devi partecipare. Non puoi non partecipare”. La gente magari mi ringrazia per questo, ed è quello che cerco di trasmettere anche ai nuovi concorrenti: non mollare mai.  Soprattutto alla prima partecipazione bisogna cercare di vivere bene l’esperienza, senza lasciarsi segnare dalla parte più negativa della corsa: il dolore, le urla degli altri mentre si affronta la discesa, la paura.  Bisogna viverla con estrema serenità, cercando di tirare fuori tutto se stessi.

Dopo ventisette partecipazioni, c’è ancora qualcosa che la Corsa degli Zingari riesce a insegnarti?

Quello che dico agli altri, ogni anno, finisco per impararlo anche da me stesso: non mollare. È un po’ il mio motto nella vita in generale. Non mollare nonostante l’età, nonostante il fisico sia ogni anno più affaticato. Ogni anno è sempre più difficile, perché arrivano ragazzi sempre più giovani, più freschi, con l’elasticità della loro età. Io, invece, divento magari un po’ più, tra virgolette, “vecchietto”, e tenere testa a loro non è semplice. Però, visti i risultati degli ultimi dieci anni, quello che sto imparando dalla corsa, così come dalla vita, è proprio questo: non mollare mai. Perché quando una persona ci mette il cuore, l’anima, tutto se stesso, si allena e dà tutto quello che ha, può provare a raggiungere ciò che desidera. È come nella vita: quando vuoi davvero qualcosa, devi fare di tutto per ottenerla. Per me la corsa è anche questo: non mollare e cercare di arrivare fino in fondo. E poi c’è quella che, forse, è la cosa più bella della corsa: arrivare al traguardo. Ogni volta, la soddisfazione più grande è proprio quella: arrivare al traguardo sapendo di non aver mollato. Non mollare mai. Mai, mai, mai.

Hai mai pensato: “questa sarà la mia ultima corsa”? E cosa ti ha fatto cambiare idea?

Fortunatamente questo pensiero non mi ha mai sfiorato davvero. Forse è successo più in quegli anni in cui avevo un po’ mollato, perché non riuscivo a reggere la pressione di dover partecipare per vincere. In quel periodo, nonostante fossi ancora molto giovane, avevo ventidue o ventitré anni, ho cominciato a pensare: “Forse non vado più”. Però in quegli anni sono stato male, ma veramente male, e non vedevo l’ora che arrivasse ogni volta la corsa. A un certo punto mi sono chiesto: “Ma perché devo stare così male?” Allora ho deciso di tornare a partecipare, ma con uno spirito diverso: con devozione, senza ambire necessariamente a qualcosa. Da lì la corsa è cambiata per me e sono riuscito a correre tutte le volte. Quando vai a correre per vincere hai uno spirito completamente diverso e, a volte, non ricordi quasi nulla. Non ti rendi conto nemmeno che magari ti stai facendo male. Quando invece affronti la corsa in modo più lucido, come ho fatto negli ultimi vent’anni, la testa viaggia e ti fa capire davvero quello che stai facendo. Ecco perché conta tantissimo la forza mentale. Sai che, se scendi tra i primi, stai comunque scendendo soffrendo. E sai anche che, se soffri, puoi farti male. In quel momento ti viene da pensare: “Ma chi me lo fa fare?” Poi, però, senti le persone che ti incitano lungo il percorso, che ti danno una spinta morale e quasi fisica: chi ti batte sulla spalla, chi urla il tuo nome. E quella cosa ti dà una forza incredibile. A quel punto tutto quello che hai passato di brutto durante la corsa, e anche quello che passerai nei giorni successivi, comprese le cure ai piedi in chiesa, passa in secondo piano.

Quando ripensi a tutto quello che hai vissuto, trovi una forza incredibile e pensi: “No, non vedo l’ora che arrivi l’anno prossimo”.

Se dovessi spiegare a chi non è mai stato a Pacentro perché questa corsa è così speciale, cosa gli diresti?

Questa corsa è speciale perché ci unisce. Credo che questo sia il messaggio più importante.

È unione, è senso di appartenenza a una comunità che tiene veramente tanto a questa tradizione. Ti fa vivere emozioni speciali, perché tutto il paese si ritrova unito dallo stesso sentimento, in un’atmosfera che poche altre cose riescono a creare. E poi c’è la devozione. Tanti corrono proprio per devozione e le persone che ci osservano sanno che la Madonna ci protegge in quel lasso di tempo in cui affrontiamo quella discesa folle. Per questo dico a tutti che almeno una volta devono venire a vederla, perché la corsa ti cattura. Una volta che l’hai vista, ti viene voglia di tornare, per le emozioni e le sensazioni che lascia. C’è quel senso di unione e di amore che si percepisce tra le persone che corrono, ma anche e soprattutto tra i familiari che sostengono i propri figli, i propri cari, i nipoti, i fratelli e le sorelle che partecipano. Li vedi nei video e nelle fotografie mentre urlano, incoraggiano e spronano chi sta correndo. Forse già solo questo basta a spiegare perché questa corsa sia così speciale.  Tutte le persone che vengono da fuori e che io ho invitato, ogni anno tornano e mi dicono: “Avevi ragione”.

Perché la Corsa, una volta che la vedi, poi non ne puoi più fare a meno.

Latifa Benharara

Latifa Benharara

Latifa Benharara nata e residente a Sulmona, classe 1990. Autrice, artista e promotrice culturale, collabora con testate regionali e nazionali. Pittrice, è presidente dell'associazione Culturale Ilhem, organizza eventi artistici e favorisce il dialogo interculturale. Appassionata di ciclismo è una Guida Ciclo-Sportiva-Turistica e Direttore di Corsa, è stata inoltre ufficio stampa di diverse società ciclistiche, attualmente è impegnata nella stesura del suo primo romanzo.