La riforma della legge elettorale abruzzese torna al centro dello scontro politico regionale. Questa volta a prendere posizione è Azione, che dall’Emiciclo dell’Aquila ha ribadito la propria contrarietà al progetto sostenuto dal presidente della Regione Marco Marsilio e, allo stesso tempo, ha preso le distanze anche dalle proposte alternative depositate da Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. Una posizione che si inserisce in un confronto iniziato diversi anni fa e che, dopo rinvii, modifiche, audizioni ed emendamenti, non ha ancora trovato un punto di caduta condiviso. Per comprendere il dibattito di queste settimane bisogna infatti tornare almeno all’ottobre del 2022, quando Marsilio presentò una proposta di riforma che aveva già nel collegio unico regionale il suo elemento centrale: superare le quattro circoscrizioni provinciali e fare dell’intero Abruzzo un unico collegio elettorale. Nel progetto comparivano inoltre la tripla preferenza e altre modifiche al sistema di elezione del Consiglio regionale. Quel tentativo non arrivò però al traguardo prima della conclusione della legislatura. Nell’agosto 2023 anche il presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri aveva confermato l’intenzione di arrivare a una nuova legge, precisando tuttavia che le regionali del marzo 2024 si sarebbero svolte ancora con le vecchie regole.

Dopo la riconferma di Marsilio alla presidenza della Regione, con il 53,5 per cento dei voti alle elezioni del 10 marzo 2024, la riforma è stata immediatamente rimessa nell’agenda politica. Già nella prima seduta della XII legislatura, il 10 aprile 2024, Marsilio indicò il collegio unico come parte del mandato di governo e annunciò l’obiettivo di approvare la nuova legge nei primi sei mesi, sostenendo che il superamento delle circoscrizioni provinciali avrebbe favorito la nascita di una classe dirigente chiamata a rappresentare l’intero Abruzzo anziché il proprio territorio di provenienza. L’iter si è però rivelato molto più lungo. Nel novembre 2024 Marsilio è stato ascoltato dalla Commissione Statuto e ha ribadito i cardini della proposta: collegio unico regionale, tripla preferenza di genere e superamento degli attuali limiti nella composizione delle liste. Già allora erano emerse perplessità sul costo delle campagne elettorali e, soprattutto, sulla necessità di assicurare un’adeguata rappresentanza alle aree interne e ai territori meno popolosi. Il dossier è rimasto aperto anche nel 2025. Nel luglio dello scorso anno lo stesso presidente annunciava l’intenzione di affrontare la riforma a partire da settembre, insieme ad altri provvedimenti strutturali. Ma è soprattutto nel 2026 che il confronto è entrato nella sua fase politicamente più delicata, perché alle obiezioni delle opposizioni si sono affiancate discussioni e sensibilità differenti anche all’interno del centrodestra. Ad aprile Marsilio continuava a considerare il collegio unico un punto qualificante della riforma, pur manifestando disponibilità a valutare correttivi capaci di tutelare i territori meno popolosi.

Nel frattempo il testo ha proseguito il suo cammino nella Commissione speciale per le modifiche allo Statuto e alla legge elettorale. Il ciclo delle audizioni si è concluso il 9 luglio scorso. La proposta esaminata prevede, tra gli elementi principali, il collegio unico regionale, la tripla preferenza di genere, l’assegnazione proporzionale dei seggi e l’ampliamento del numero dei candidati nelle liste. Proprio durante le audizioni è tornata con forza la questione della rappresentanza delle aree interne e dei territori più svantaggiati. Non è un’obiezione rimasta confinata alle opposizioni. Il capogruppo di Marsilio Presidente, Luciano Marinucci, ha ad esempio presentato un emendamento che propone un sistema misto: 23 seggi attribuiti con metodo proporzionale regionale e sei attraverso collegi uninominali pensati anche per garantire una maggiore tutela delle aree interne e montane. A fine luglio è iniziata quindi la fase degli emendamenti. Azione ne aveva presentati quattro, indicando tra i rischi principali proprio la marginalizzazione delle aree interne e il possibile vantaggio per i partiti maggiormente strutturati e per i candidati già fortemente radicati. Il confronto si è progressivamente allargato e nelle ultime settimane le critiche al collegio unico sono arrivate anche dai territori: il 6 settembre, ad esempio, il Polo Civico di Lanciano ha chiesto a Marsilio di fermare la riforma, richiamando analoghe preoccupazioni già manifestate nella Marsica.

È in questo quadro che si colloca la conferenza stampa di Azione all’Emiciclo. Il capogruppo regionale Enio Pavone, insieme al segretario regionale e deputato Giulio Sottanelli, al presidente regionale Raffaele Bonanni, al vicesegretario Giuseppe Di Pangrazio, a Fabio Frullo e ai rappresentanti giovanili del partito, ha formalizzato una contrarietà che non riguarda soltanto il progetto della maggioranza. La tesi politica è netta: per Azione non esisterebbe oggi una necessità tale da giustificare il cambiamento del sistema elettorale. Pavone ha spostato il confronto anche sul terreno delle priorità regionali, sostenendo che l’attenzione del Consiglio dovrebbe concentrarsi sulla competitività dell’Abruzzo, sulle opportunità per i giovani, sulle imprese e sulla crescita economica piuttosto che sulla modifica delle regole del voto. Ma è soprattutto il tema territoriale a rappresentare il cuore della contestazione. Secondo Giuseppe Di Pangrazio, in una regione composta da 305 Comuni, dei quali soltanto una piccola parte supera i 15mila abitanti, la combinazione tra collegio unico e tre preferenze rischierebbe di spostare il peso elettorale verso le aree maggiormente popolate e verso le organizzazioni politiche capaci di sostenere campagne su scala regionale. Da qui il timore che i piccoli centri e le aree interne possano vedere ridotta la propria capacità di eleggere rappresentanti.

Sottanelli ha infine allargato il giudizio alle altre proposte depositate, chiarendo che Azione è contraria sia al progetto della maggioranza sia alle ipotesi avanzate dalle altre forze di opposizione e difendendo l’attuale sistema delle quattro circoscrizioni provinciali. Ed è proprio questo il nodo politico che accompagna la riforma fin dalla sua origine: che cosa deve rappresentare un consigliere regionale? L’intera comunità abruzzese, superando i confini provinciali e le logiche di campanile, come sostiene Marsilio, oppure anche un territorio riconoscibile e sufficientemente circoscritto da consentire alle aree meno popolose di competere con i grandi centri urbani? Dopo quasi quattro anni dal primo progetto del 2022, la domanda resta aperta. Il confronto non riguarda più soltanto una diversa modalità di conteggio dei voti o il numero delle preferenze: riguarda il futuro equilibrio della rappresentanza politica tra costa e aree interne, grandi città e piccoli Comuni. Ed è su questo terreno che si giocherà il prossimo capitolo della riforma elettorale abruzzese.

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