Il Senato ha dato l’ok definitivo ieri pomeriggio, dopo che la Camera aveva votato a giugno scorso, al disegno di legge pensato per riportare il nucleare in Italia, un progetto che nei mesi scorsi Giorgia Meloni aveva sostenuto con decisione. La premier ha rilanciato l’idea del nucleare anche davanti a due referendum popolari che hanno bocciato la riapertura delle centrali atomiche, presentandola come uno degli strumenti per fronteggiare la crisi energetica alimentata dalla guerra all’Iran e come una risposta a un orizzonte non lontano in cui il contributo degli idrocarburi, per più ragioni, non basterà più.
Nel testo trova spazio anche il richiamo al traguardo europeo della decarbonizzazione entro il 2050. La legge è passata con 81 voti favorevoli (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Azione) contro 51 contrari (Avs, M5S e Pd), con 7 astenuti. Il provvedimento conferisce al governo una delega per regolare la costruzione e la gestione delle centrali, la produzione di idrogeno ottenuto con energia nucleare e il trattamento del combustibile esaurito, oltre alla sicurezza delle operazioni, che risultano del tutto bloccate dal referendum del 1987.
“Dopo quasi quarant’anni, l’Italia torna a disporre di un insieme di regole per produrre energia nucleare. È una scelta coraggiosa e, soprattutto, sensata”, ha dichiarato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che ha firmato la proposta di legge. “Il nucleare sostenibile, insieme alle rinnovabili, renderà l’Italia un Paese sicuro, indipendente e competitivo. Avremo più energia per famiglie e imprese. È la direzione che stanno imboccando i principali Paesi del mondo”, ha aggiunto, precisando che i decreti attuativi arriveranno entro la fine del 2026.
“Ad oggi importiamo elettricità prodotta da centrali nucleari di Paesi vicini, ma non siamo in grado di farlo in casa. Questa legge serve proprio a cambiare rotta”, ha commentato Giorgia Meloni sui social. Se Confindustria ha parlato di “svolta storica”, chi si è opposto e ha votato contro ha bollato il nucleare come una “tecnologia che oggi non esiste o non è Gli italiani avevano già rifiutato di produrre energia nucleare sul territorio nazionale 15 anni fa, per la seconda volta, e ancora una volta lo fecero spinti da un’ondata emotiva legata a un nuovo disastro: quello della centrale giapponese di Fukushima di quell’anno, come era accaduto nel 1987, dopo l’esplosione del reattore ucraino di Černobyl.
Nel periodo 2008-2009, il governo Berlusconi aveva comunque approvato un piano strategico per riavviare il nucleare in Italia, prevedendo la realizzazione di nuove centrali di terza generazione. Poi, però, dopo il maremoto dell’11 marzo 2011 in Giappone, a giugno un referendum cancellò le norme approvate dall’esecutivo (nel quale Meloni era presente allora, in qualità di ministro della Gioventù) grazie al 54,8% di votanti e al 94% di NO. A pesare, in particolare, erano le preoccupazioni sullo smaltimento dei rifiuti tossici: una questione imprescindibile legata alla produzione nucleare che già nel 2003 aveva innescato una forte mobilitazione popolare, quando il governo aveva individuato l’area di Scanzano Jonico, in Basilicata, come possibile sito nazionale per lo stoccaggio delle scorie radioattive.
Nonostante quei precedenti, Roma appare convinta di poter portare fino in fondo la nuova strategia sul nucleare. “Una stima che faccio sui primi impianti”, ha spiegato Pichetto Fratin, “è verso il 2033-34: questi sono i tempi indicati”. “Una parte dei decreti legislativi riguarderà proprio il deposito, distinguendo naturalmente tra lo stoccaggio delle scorie, che è un quantitativo molto ridotto, e invece il deposito dei rifiuti a bassa e media intensità, essenzialmente composti da acciaio, ferro, mattoni delle vecchie centrali e dalla produzione giornaliera di rifiuti radioattivi, gran parte di natura ospedaliera”, ha poi precisato.
Oggi sono alcune decine i siti ritenuti idonei dalle autorità incaricate di costruire una lista nazionale, concentrati soprattutto nel Lazio, in Piemonte, in Sardegna e in Basilicata. Sul fronte della tecnologia, il governo ha scelto un criterio di neutralità: saranno i decreti attuativi, nei prossimi 12-24 mesi, a stabilire quali soluzioni potranno essere impiegate in base a valutazioni di sicurezza e sostenibilità. In campo ci sono diverse alternative, tra cui SMR, AMR, microreattori e, con una disciplina dedicata, la fusione.
Gli SMR (Small Modular Reactors) sono reattori a fissione in taglia ridotta, in grado di produrre fino a 300 MW. Sono progettati in modo da garantire modularità e contenere i costi, anche grazie a componenti prefabbricati. Gli AMR (Advanced Modular Reactors) rappresentano sistemi di quarta generazione che impiegano refrigeranti diversi dall’acqua, (ad esempio sali fusi, piombo o gas), per lavorare a temperature più alte e puntare a una maggiore efficienza nel riciclo del combustibile. Ancora più piccoli sono i microreattori: unità estremamente compatte (spesso sotto i 20 MW) trasportabili su camion, pensate per alimentare energia e calore in territori isolati, comunità o siti industriali remoti. Resta infine la fusione nucleare, tuttavia ancora in fase sperimentale: non si basa sulla scissione di atomi pesanti, ma sull’unione di nuclei leggeri (come deuterio e trizio) per generare energia pulita, riducendo il rischio di grandi incidenti e limitando la produzione di rifiuti radioattivi.
