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SULMONA – Quando il dolore si trasforma in impegno, può diventare il punto di partenza per costruire qualcosa che va oltre la propria esperienza personale. È questo il messaggio emerso dal convegno “Perché i protocolli salvano la vita”, promosso da Venanzio De Panfilis, ex ciclista Elite e protagonista della velocità su pista italiana, con un passato nelle Fiamme Azzurre e diversi piazzamenti sul podio dei Campionati italiani.

Svoltosi sabato 24 ottobre all’Hotel Santacroce Meeting di Sulmona, l’incontro ha riunito professionisti della filosofia, della psicologia, del diritto, della medicina e dello sport attorno a una riflessione comune: le regole sono fondamentali per tutelare la vita, ma non possono prescindere dall’umanità, dall’ascolto e dalla responsabilità individuale e collettiva. Un confronto che ha assunto anche un profondo significato personale per De Panfilis, che ha presentato l’Associazione Nonna Antonietta, nata nel ricordo della madre scomparsa, insieme alla prima edizione simbolica, il Premio Numero Zero, dedicato al tema dell’altruismo.

Il riconoscimento, consegnato ai relatori, raffigura il sole e la spiga, elementi che richiamano la figura della madre e i valori che l’associazione intende tramandare, un percorso destinato a proseguire negli anni, con riconoscimenti dedicati a chi si distingue per generosità, solidarietà e impegno verso il prossimo. Un modo per trasformare una perdita in un’eredità di solidarietà, facendo della memoria uno strumento di sensibilizzazione e partecipazione.

A moderare il convegno è stata Ada Di Ianni, che ha accompagnato il confronto tra i sei professionisti, guidando le riflessioni sui diversi ambiti di applicazione dei protocolli. Circa cento persone hanno preso parte all’incontro, a testimonianza dell’interesse suscitato da un tema che riguarda da vicino la salute, lo sport e la vita quotidiana.

L’essere umano oltre i protocolli: la riflessione filosofica

Ad aprire il confronto è stato Nicola Di Ianni, docente di filosofia e scienze umane, che ha richiamato il pensiero di Platone per riflettere sulla complessità dell’essere umano, inteso come sintesi di corpo, mente, psiche e dimensione spirituale. Un richiamo alla necessità di superare una visione esclusivamente tecnica dell’esistenza e della cura. Secondo la riflessione proposta dal docente, la società contemporanea, dominata dalla velocità e dalla ricerca continua di efficienza, rischia di perdere di vista ciò che rende autentica la vita: gli affetti, i valori, le relazioni e il tempo dedicato a sé stessi e agli altri.

La medicina stessa, quando si concentra esclusivamente sulla diagnosi e sulla procedura, può correre il rischio di ridurre il paziente a un caso clinico, trascurando la sua dimensione emotiva e personale.

Una diagnosi non riguarda soltanto una malattia, ma una persona che la riceve, con le sue paure, la sua storia e la propria percezione del dolore.

Da qui l’importanza dell’empatia e della capacità di ascolto, in un contesto sociale nel quale il progresso tecnologico non sempre procede di pari passo con la crescita umana. Di Ianni ha inoltre richiamato la natura sociale dell’uomo, sottolineando come l’identità individuale si costruisca anche attraverso il rapporto con gli altri. Tornare all’essenzialità significa, dunque, riconoscere il valore delle relazioni e recuperare quella dimensione umana che il ritmo frenetico della quotidianità rischia di soffocare.

Il trauma, l’ascolto e il valore dello sport nella ricostruzione personale

Sul rapporto tra protocolli, formazione e dimensione psicologica si è soffermata Susanna Loriga, psicologa e criminologa, approfondendo il ruolo degli istruttori, degli educatori e dei maestri nella crescita personale. La formazione, soprattutto nell’ambito sportivo e della difesa personale, non può limitarsi all’insegnamento di tecniche e procedure. I maestri lasciano tracce profonde nella memoria degli allievi, trasmettendo conoscenze, atteggiamenti e strumenti che possono rivelarsi preziosi anche molti anni dopo.

Particolare attenzione è stata dedicata ai protocolli psicologici e all’importanza dell’intervento tempestivo dopo un evento traumatico. Richiamando gli studi sul disturbo da stress post-traumatico, anche attraverso il riferimento ai reduci della guerra del Vietnam, Loriga ha evidenziato come alcune esperienze dolorose possano continuare a condizionare profondamente la vita di una persona.

Quando il racconto di un trauma riattiva emozioni intense, può rappresentare un segnale della necessità di proseguire il percorso di elaborazione, affinché il dolore trovi una collocazione nella storia personale senza continuare a dominare il presente. In questo processo diventano fondamentali il riconoscimento della sofferenza, l’ascolto e gli interventi di stabilizzazione, attraverso protocolli scientificamente fondati ma sempre adattati alla singolarità dell’individuo.

Loriga ha inoltre sottolineato il valore dello sport come risorsa psicofisica, memoria muscolare e sostegno alle capacità cognitive, evidenziando il legame tra movimento, salute e capacità di affrontare le difficoltà. Una riflessione che ha trovato un collegamento diretto con la storia personale di Venanzio De Panfilis e con la possibilità di trasformare un’esperienza dolorosa in un percorso di cambiamento.

Non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade, ma possiamo cercare di diventare protagonisti della nostra trasformazione, anziché restare spettatori del dolore.

Il diritto alla salute e la necessità di umanizzare le cure

La dimensione giuridica e la tutela dei pazienti sono state al centro dell’intervento di Catia Puglielli, avvocata e responsabile del Tribunale per i Diritti del Malato. Partendo dalla propria esperienza maturata in circa vent’anni di attività, Puglielli ha raccontato come molte persone che si rivolgono agli organismi di tutela non siano mosse necessariamente dalla volontà di ottenere un risarcimento economico. Spesso chiedono semplicemente di sapere se tutto sia stato fatto correttamente, se le procedure siano state rispettate e se sia stata garantita loro un’assistenza adeguata. Prima ancora di cercare un responsabile, molti pazienti cercano risposte, chiarezza e verità. Un’esigenza che richiama direttamente l’articolo 32 della Costituzione, che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività.

Puglielli ha insistito sul principio di equità nell’accesso alle cure: la qualità dell’assistenza non dovrebbe dipendere dal luogo in cui una persona vive o dalla struttura sanitaria alla quale si rivolge. Un ospedale di un piccolo centro deve poter garantire standard di sicurezza adeguati, senza che il cittadino debba affidare la propria salute alla fortuna. Richiamando la concezione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che considera la salute una condizione di benessere fisico, mentale e sociale e non soltanto l’assenza di malattia, l’avvocata ha riportato l’attenzione sulla centralità della persona.

I protocolli rappresentano una tutela per il personale sanitario e una garanzia per il paziente, perché definiscono procedure e responsabilità. Tuttavia, non devono trasformarsi in un meccanismo burocratico capace di cancellare l’individualità di chi necessita di assistenza.

La vera sfida della sanità contemporanea è conciliare il rigore delle procedure con l’umanizzazione delle cure, perché la sicurezza del paziente non può essere separata dal rispetto della sua dignità.

Dietro ogni camice c’è una persona: il valore dell’empatia nella medicina

Un punto di vista particolarmente significativo è arrivato dalla dottoressa Gianna Tollis, dirigente medico della Pediatria di Avezzano, che ha affrontato il tema dell’umanità nella professione sanitaria, invitando a considerare entrambe le parti della relazione di cura.

Ascoltare il paziente, osservarlo e dedicargli attenzione rappresentano elementi essenziali dell’attività medica. Ma l’empatia non deve essere richiesta soltanto a chi indossa un camice: dovrebbe accompagnare ogni professione e ogni relazione umana.

La dottoressa si è soffermata anche su un aspetto spesso trascurato: la difficoltà emotiva che può vivere lo stesso medico quando è chiamato a comunicare una diagnosi grave. Quella che talvolta viene percepita come freddezza o distacco può rappresentare anche una forma di protezione emotiva di fronte a situazioni dolorose. Il medico, prima di essere un professionista, è a sua volta una persona, con una famiglia, sentimenti e fragilità.

Da qui la necessità di costruire un rapporto fondato sulla comprensione reciproca. La riflessione si è estesa alla società contemporanea e alle nuove generazioni. La progressiva perdita di sensibilità umana, osservabile anche nei più giovani, chiama in causa la responsabilità degli adulti, delle famiglie e della comunità, chiamati a trasmettere attraverso l’esempio il valore dell’ascolto e del rispetto. Sul piano tecnico, Tollis ha illustrato anche la distinzione tra linee guida e protocolli.

Le prime offrono raccomandazioni e indicazioni fondate sulle conoscenze scientifiche, da adattare al quadro clinico del paziente; i protocolli definiscono invece procedure operative più strutturate, stabilendo chi deve intervenire, come e quando. Dai percorsi diagnostici a quelli terapeutici e organizzativi, questi strumenti costituiscono riferimenti fondamentali per garantire uniformità, sicurezza e qualità dell’assistenza.  Applicare correttamente un protocollo significa proteggere il paziente, ma anche il professionista che se ne assume la responsabilità.

Prevenzione, longevità e alleanza tra medico e paziente

Il rapporto tra salute e stili di vita è stato approfondito dal dottor Antonio Pacella, medico nutrizionista, che ha richiamato il valore della relazione fiduciaria tra medico e paziente.

In una società abituata a cercare risposte immediate, anche la medicina rischia di essere vissuta come una soluzione rapida a un sintomo, dimenticando l’importanza del tempo necessario per conoscere la persona, comprenderne le abitudini e individuare le cause del suo malessere.

Da qui il concetto di alleanza terapeutica, fondata sulla fiducia reciproca, sulla comunicazione e sulla partecipazione consapevole del paziente al proprio percorso di cura. Pacella ha collegato il tema dei protocolli anche alla prevenzione e alla longevità, sottolineando come il progressivo invecchiamento della popolazione renda sempre più importante promuovere condizioni di benessere durature. L’obiettivo non deve essere soltanto vivere più a lungo, ma vivere meglio e arrivare all’età avanzata nelle migliori condizioni di salute possibili. Alimentazione equilibrata, attività fisica regolare, sonno adeguato e gestione dello stress rappresentano elementi fondamentali della prevenzione.

Un ruolo centrale è stato attribuito alla capacità di trasformare le conoscenze in comportamenti concreti. Sapere quali alimenti fanno bene o conoscere i benefici dello sport, infatti, non significa necessariamente riuscire ad adottare abitudini salutari nella vita quotidiana. Per questo, secondo la riflessione proposta, la prevenzione richiede un lavoro costante di educazione e accompagnamento, capace di adattarsi alle esigenze individuali.

La sicurezza nello sport: una responsabilità che riguarda tutti

Dal mondo sanitario il confronto si è spostato su quello sportivo con l’intervento di Giovanni Salerno, impegnato nell’organizzazione di manifestazioni fuoristrada nel settore ciclistico. Il tema centrale è stato quello della sicurezza, considerata un principio imprescindibile nella pratica e nell’organizzazione degli eventi sportivi. Non basta predisporre regolamenti e protocolli: occorre conoscere le procedure, disporre delle competenze necessarie e soprattutto essere in grado di applicarle concretamente.

Salerno ha richiamato il ruolo delle figure responsabili della sicurezza delle manifestazioni e la crescente complessità organizzativa degli eventi, che richiedono personale qualificato, mezzi adeguati e risorse economiche sempre più consistenti. Costi che ricadono spesso sulle società organizzatrici e che rischiano di mettere in difficoltà soprattutto lo sport di base.

La sicurezza, tuttavia, non può diventare oggetto di compromesso. Allo stesso tempo, la progressiva riduzione delle manifestazioni rappresenta un problema che coinvolge l’intera comunità: meno gare significano meno opportunità per i giovani di praticare sport, confrontarsi, crescere e costruire relazioni. Da qui la necessità di una corresponsabilità tra organizzatori, istituzioni, federazioni e tutti i soggetti coinvolti, affinché il rispetto delle regole proceda insieme alla tutela e alla valorizzazione dell’attività sportiva.

Le nuove sfide di De Panfilis: 24 ore sui rulli ed Everesting da 10.000 metri

La giornata è stata anche l’occasione per annunciare due nuove sfide sportive previste nel 2027, attraverso le quali De Panfilis intende proseguire il proprio percorso di impegno e sensibilizzazione. La prima è programmata per il 6 gennaio, quando affronterà una prova di resistenza di 24 ore consecutive sui rulli, con l’obiettivo di realizzare un’impresa da Guinness dei primati.

La seconda, prevista per il 9 maggio, sarà un Everesting lungo il percorso tra Sulmona, Pacentro e Sant’Onofrio: una successione di salite e discese da ripetere fino a raggiungere e superare i 10.000 metri di dislivello positivo. Due prove impegnative, nelle quali la preparazione fisica dovrà accompagnarsi a una rigorosa pianificazione della sicurezza, richiamando proprio il tema centrale dell’incontro.

Le sfide diventano così parte di un percorso che intreccia sport, resilienza e solidarietà, trasformando la determinazione personale in un’occasione di sensibilizzazione collettiva. Dal diritto alla salute alla prevenzione, dalla formazione psicologica alla sicurezza sportiva, il convegno ha ribadito un principio comune: i protocolli sono strumenti indispensabili per proteggere la vita, ma acquistano pieno valore soltanto quando vengono applicati con competenza, responsabilità e umanità.

Nel ricordo di Nonna Antonietta, il messaggio lasciato dall’incontro va oltre le procedure: la vita si tutela attraverso le regole, ma si valorizza attraverso l’attenzione verso gli altri.

 

Latifa Benharara

Latifa Benharara

Latifa Benharara nata e residente a Sulmona, classe 1990. Autrice, artista e promotrice culturale, collabora con testate regionali e nazionali. Pittrice, è presidente dell'associazione Culturale Ilhem, organizza eventi artistici e favorisce il dialogo interculturale. Appassionata di ciclismo è una Guida Ciclo-Sportiva-Turistica e Direttore di Corsa, è stata inoltre ufficio stampa di diverse società ciclistiche, attualmente è impegnata nella stesura del suo primo romanzo.