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Con loro Sarah e Alisya avevano un telefonino, nascosto nel cartone di un panettone, con una sim registrata a nome di un pachistano.

A fornirgliela era stata la mamma che, secondo gli investigatori, aveva pianificato da tempo il sequestro dalla casa famiglia di Civitella Alfedena. Ed è stata proprio una videochiamata tra le ragazzine e la donna a far scattare il blitz dei carabinieri, che hanno eseguito il decreto di fermo per il concreto pericolo di fuga dei protagonisti di questa vicenda.

Dalla ricostruzione degli inquirenti emerge il piano preordinato di mamma, compagno e nonno che l’avevano studiata bene.

Oltre alle intuizioni del capo della procura della Repubblica di Sulmona Luciano D’Angelo, che hanno portato agli arresti la notte scorsa, ci sono anche le intercettazioni telefoniche nel decreto di fermo al vaglio del gip.

Dieci le utenze telefoniche intercettare dagli inquirenti. Nelle conversazioni viene fuori in maniera chiara che le ragazzine sono nascoste a Formia.

Il 5 giugno, il giorno prima della scomparsa, erano stati registrati due tentativi di chiamata, sull’utenza della madre, effettuati rispettivamente da due utenze intestate a due pakistani.

Le schede sim verosimilmente acquistate con anagrafiche fittizie, in quanto risulterebbero attivate a pochi minuti di distanza l’una dall’altra e poche decine di minuti prima dei tentativi di chiamata. Ma oltre al dato giuridico, c’è un aspetto valoriale che preoccupa e non poco in questa storia che ha assunto contorni sempre più ampi.

Il procuratore D’Angelo il ha subito chiarito che la vicenda non va letta come una normale storia criminale: “Non stiamo festeggiando degli arresti, ma la liberazione di due ragazze. E questa è una storia di amore genitoriale malato: mi riferisco al fatto che quelle bambine hanno due genitori, non un solo genitore, la madre. Sono due genitori che hanno rinunciato al primo dovere che ha chiunque abbia la fortuna e l’onere di diventare genitore, ossia essere portatori di un amore disinteressato, mettere al primo posto l’interesse dei minori. Queste ragazzine da quando avevano 6 e 3 anni non hanno mai avuto alcuno che si occupasse di loro, il massimo dell’attenzione è stata in questi giorni: un’attenzione, mediatica forse anche oltremisura”.

Parole pesanti, soprattutto perché arrivano al termine di un’indagine che ha costretto i magistrati a immergersi in una separazione tormentata. Lo stesso D’Angelo ha raccontato che una delle prime attività investigative è stata acquisire gli atti delle cause familiari per comprendere il contesto nel quale erano maturati gli eventi: anni di scontri giudiziari, denunce, accuse reciproche e decisioni assunte dai tribunali per tentare di gestire una conflittualità diventata ingestibile.

Una situazione talmente compromessa da portare i giudici, pur in assenza di abusi e di maltrattamenti, ad allontanare le ragazze da mamma e papà revocando loro la potestà genitoriale, per poi inserirle nella struttura protetta dalla quale sono poi scappate.

Il lieto fine, se così si può definire, riguarda soltanto il loro ritrovamento in buone condizioni di salute fisica. Il resto della loro esistenza va ricucito da un mondo adulto che, almeno finora, ha fallito.

Dai genitori che per anni hanno trasformato la separazione in una guerra permanente fino alle istituzioni chiamate a governarne le conseguenze.

Non esiste provvedimento giudiziario, comunità educativa o percorso di sostegno capace di cancellare il peso degli anni trascorsi nel mezzo di una guerra familiare. Quella guerra, semplicemente, non dovrebbe mai cominciare.

 

Doràn

Doràn

Doràn il quinto moschettiere misterioso della saga di Dumas.