La luna rossa sul ponte Ennio Flaiano incendia il cielo, non è un caso che lo scrittore sia ricordato qui, in una Pescara sospesa fra il passato e il futuro, diversa, incastonata fra la bellezza dell’Adriatico, le colline e le sue immense cattedrali, il Massiccio della Majella e il Gran Sasso.
I ricordi pescaresi di Ennio Flaiano sono in estate quando va al mare con il tram a cavalli e sui tetti delle case contadine ci sono ancora i mazzi di granoturco.
In un’intervista racconta che la madre di Gabriele D’Annunzio, Donna Luisa usa affacciarsi frequentemente alla finestra, abitano nella stessa via, corso Manthonè. Tratteggia la città vecchia dall’architettura borbonica con le ringhiere dei balconcini in ferro battuto, una Pescara ancora a dimensione umana, dove le donne si mettono fuori dall’uscio a prendere il fresco fino a notte e le voci di strada rallegrano l’aria e la piazza.
Sono storie lontane che appartengono al passato, le persone sono tutte di famiglia, dal forno esce l’odore del pane fresco e fra gli uomini esistono ancora la tolleranza, l’amicizia, la pietà e il buonumore.
Lo scrittore nasce il 24 maggio del 1910 ma abbandona Pescara molto giovane, la sua vita la trascorre a Roma.
È un uomo discreto, riservato, i suoi occhi raccontano di una certa malinconia mista al disincanto, ma alla macchina da scrivere si trasforma e riesce a raccontare la coscienza del dopoguerra dell’Italia intera. Il suo temperamento schivo rifiuta le foto, evita le interviste e lo fa fuggire dai luoghi comuni e quelli di ritrovo conosciuti dagli intellettuali, dove i registi Mario Monicelli, Michelangelo Antonioni e Dino Risi lo cercano per le sceneggiature. L’unica eccezione è per Federico Fellini con cui ha un’amicizia intensa e travagliata e per cui scrive i testi dei suoi film più importanti La Strada, Le notti di Cabiria, Otto e mezzo, la Dolce Vita, i Vitelloni, Giulietta degli Spiriti.
Vince il primo Premio Strega con il romanzo Tempo di uccidere nel 1947, il genio non si mostra, si nasconde dentro le frasi dei personaggi, dentro i vuoti tra una scena e l’altra e lui è la voce ironica di un pescarese che non vuole essere notato e che si definisce solo un cronista.
È riuscito a dipingere con una prosa asciutta un’intera epoca, quella del nostro Novecento uscito a pezzi da due guerre mondiali e poi resuscitato. Lui è un acuto osservatore e i suoi dialoghi nel cinema fanno ridere, corrugare la fronte e poi pensare, riesce a cogliere i difetti degli italiani e i paradossi di ogni situazione.
La sua Roma degli anni Cinquanta rinata al vento di una nuova libertà con le conversazioni scherzose in via Veneto, la Dolce Vita, i paparazzi, una strada che d’estate sembra quasi una spiaggia.
E poi ancora ricorda le piazze di Pescara così antiche che non riesce quasi a collocarle, distrutte dalla guerra, Ennio Flaiano è sempre fedele al ricordo della sua terra che conosce poco, quel poco che si ritrova da sempre nel sangue. Il suo Abruzzo che vede come una terra di confine di cui ama la calma paesana con le Madonne vestite di nero e di cui ha una memoria struggente delle estati. Le sue sono verità pronunciate di sfuggita e con grande pudore dei propri sentimenti.
Lo scrittore muore a Roma per un attacco cardiaco nel 1972, Pescara gli ha dedicato una statua, un premio ed un ponte.
