L’operazione partita da Reggio Calabria.
Maxi operazione antimafia scattata alle prime luci dell’alba di mercoledì 20 luglio scattata a Reggio Calabria ha coinvolto dodici province, tra loro due abruzzesi su quattro: Pescara e L’Aquila.
Duecento carabinieri dei Comandi provinciali di Reggio Calabria, Catanzaro, Cosenza, Palermo, Catania, Trapani, Caltanissetta, Torino, Milano, Pavia, Pescara e L’Aquila e dello Squadrone Eliportato CC “Cacciatori” di Calabria hanno condotto l’operazione che ha condotto all’applicazione di 35 misure custodiali in carcere, in esecuzione di un’ordinanza emessa dal G.I.P. del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia reggina.
Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti con l’aggravante mafiosa per aver agito al fine di agevolare la cosca ‘ndranghetista Alvaro di Sinopoli le accuse, a vario titolo, contestate agli indagati.
Le indagini «hanno avuto ad oggetto tutte le filiere dei traffici di droga organizzati da un sodalizio dedito al narcotraffico con base a Sinopoli e Sant’Eufemia, da quella di importazione dall’estero di ingenti carichi di cocaina a quelle successive di stoccaggio, trasporto e rivendita dello stupefacente» riporta Giuseppe Borrelli, procuratore a Reggio Calabria.
Varie le fasi in cui sono state portate avanti le indagini. La prima è stata sviluppata «su alcune chat criptate acquisite dalla piattaforma “SKY ECC”, da cui sarebbe emerso un vasto sistema organizzato finalizzato al traffico di sostanze stupefacenti, sviluppatosi tra il 2020 e il 2021, orchestrato da un gruppo criminale al cui vertice figurerebbero due soggetti, all’epoca detenuti e tra loro compagni di cella, i quali sarebbero stati coadiuvati da loro stretti congiunti che ne avrebbero proseguito l’attività all’esterno del carcere».
La seconda fase ha portato all’arresto in flagranza di reato e al sequestro di stupefacenti.
«Sotto il profilo del metodo mafioso, le concrete modalità delle condotte in vario modo addebitate agli indagati sarebbero connotate dall’implicita prospettazione di possibili ritorsioni ai danni degli interlocutori esterni, idonee a determinare una condizione d’assoggettamento degli individui che di volta in volta venivano in contatto con gli indagati – sottolinea il magistrato – Il tentativo di sequestro di persona a scopo di estorsione, per le modalità con cui sarebbe stato ideato e per il fine perseguito, manifesterebbe l’attitudine del gruppo a risolvere controversie economiche in termini autoritativi, imponendo ai debitori l’adempimento quale conseguenza della soggezione derivante dalla percezione della pericolosità degli interlocutori».
