👁 483 visualizzazioni

La Repubblica non fa inchini e tantomeno le sue istituzioni territoriali.

Domani Emanuele Filiberto di Savoia sarà a Sulmona, ma ciò che più colpisce non è la visita in sé: è il contorno con cui essa è stata presentata. Quando un’amministrazione comunale attribuisce a un discendente di Casa Savoia un taglio istituzionale e persino onorifico, il problema non è la cortesia, bensì la confusione tra ospitalità e legittimazione simbolica.

E non è questione di ostrascismo preconcetto all’istituzione della Monarchia. La storia europea del dopoguerra è piena di momenti in cui stagioni di profonda riforma sociale, specie adottati da governi socialisti, dai paesi scandinavi alla Danimarca e l’Olanda, dal Regno Unito alla Spagna, hanno attecchito più a lungo in paesi a forma monarchica che repubblicana.

La questione è che nel 1946 l’Italia ha scelto la Repubblica anche per mondare le tragedie del fascismo perpretate sotto gli occhi  ignavi del Re, bisnonno dell’ospite di domani.

È per questo che nella nostra, che è una Repubblica compiuta, i titoli dinastici appartengono alla storia privata o alla memoria culturale, non al linguaggio delle istituzioni pubbliche. Concedere spazi ufficiali, saluti formali e formule solenni a chi non riveste alcuna funzione pubblica significa introdurre, dentro il lessico repubblicano, una liturgia che la Costituzione non contempla e non può contemplare .

Non si tratta di negare a nessuno il diritto di essere ricevuto, ascoltato o persino apprezzato. Si tratta di pretendere che il Comune resti Comune, e non diventi una scenografia per nostalgie monarchiche più o meno consapevoli . La città può accogliere un ospite, ma non deve accoglierlo come se rappresentasse un’autorità che la Repubblica non riconosce.

Massimo Carugno

Massimo Carugno

Direttore Responsabile. Nato nel 1956, studi classici e poi laurea in giurisprudenza, oggi è avvocato nella sua città, patria di Ovidio e Capograssi: Sulmona. Da bambino, al seguito del padre ingegnere, ha vissuto, dall’età di 6 sino ai 12 anni, in Africa, tra Senegal, Congo, Ruanda, Burundi, rimanendo anche coinvolto nelle drammatiche vicende della rivolta del Kivu del 1967. Ha scritto quattro romanzi: “La Foglia d’autunno”, “L’ombra dell’ultimo manto” "I leoni siamo noi" (a quattro mani con la giornalista Francesca Di Giuseppe) e "Virgilia". Quest'ultimo vincitore del premio letterario internazionale Ovidio edizione del 2024. Giornalista pubblicista è anche opinionista del Riformista, di Mondoperaio, del Nuovo Giornale Nazionale e della Giustizie.net