La Repubblica non fa inchini e tantomeno le sue istituzioni territoriali.
Domani Emanuele Filiberto di Savoia sarà a Sulmona, ma ciò che più colpisce non è la visita in sé: è il contorno con cui essa è stata presentata. Quando un’amministrazione comunale attribuisce a un discendente di Casa Savoia un taglio istituzionale e persino onorifico, il problema non è la cortesia, bensì la confusione tra ospitalità e legittimazione simbolica.
E non è questione di ostrascismo preconcetto all’istituzione della Monarchia. La storia europea del dopoguerra è piena di momenti in cui stagioni di profonda riforma sociale, specie adottati da governi socialisti, dai paesi scandinavi alla Danimarca e l’Olanda, dal Regno Unito alla Spagna, hanno attecchito più a lungo in paesi a forma monarchica che repubblicana.
La questione è che nel 1946 l’Italia ha scelto la Repubblica anche per mondare le tragedie del fascismo perpretate sotto gli occhi ignavi del Re, bisnonno dell’ospite di domani.
È per questo che nella nostra, che è una Repubblica compiuta, i titoli dinastici appartengono alla storia privata o alla memoria culturale, non al linguaggio delle istituzioni pubbliche. Concedere spazi ufficiali, saluti formali e formule solenni a chi non riveste alcuna funzione pubblica significa introdurre, dentro il lessico repubblicano, una liturgia che la Costituzione non contempla e non può contemplare .
Non si tratta di negare a nessuno il diritto di essere ricevuto, ascoltato o persino apprezzato. Si tratta di pretendere che il Comune resti Comune, e non diventi una scenografia per nostalgie monarchiche più o meno consapevoli . La città può accogliere un ospite, ma non deve accoglierlo come se rappresentasse un’autorità che la Repubblica non riconosce.
