La Valle Peligna è avvolta da una cappa.
Vista dall’alto sembra la scena di uno di quei film terrificanti in cui il mondo viene distrutto da eventi catastrofici tipo 2012 o The Day After.
È dal 9 di agosto che le fiamme hanno cominciato a divorare il patrimonio boschivo della sacra montagna e a oggi la situazione è peggiorata rispetto al primo giorno.
All’inizio la vicenda è stata sottovalutata e si è faticato a vedere l’impiego di mezzi antincendio.
Si è dovuto attendere dieci giorni quando, tra il 18 e 19 agosto, sono arrivati il super trattore Holland e l’elicottero Eriksonn, assieme a un altro elicottero e due canadair.
Tra il 21 e il 23 agosto sono cominciati i proclami e Scelli ha fatto un cazziatone memorabile “erga omnes” (come direbbero dalle parti di San Pietro) senza far capire con chi ce l’avesse.
Intorno al 26 agosto sono cominciati i proclami prima ottimistici e poi di vittoria e sono stati sparsi a copiose mani, come nelle icone che raffigurano Demetra, complimenti e incensamenti a destra e a destra.
Ma tutto è durato poco.
Il rovente vento di libeccio del giorno dopo, durato tre giorni, che ha soffiato a 100 chilometri all’ora ha riacceso le famme che si sono drammaticamente espanse su un ampio fronte.
Ad oggi la situazione è difficilissima.
Scelli, intervistato questa mattina, ha palesato tutte le difficoltà.
Una dichiarazione che va palesemente in contrasto con i trionfalismi di qualche giorno fa.
Si può dire che qualcosa (per essere garbati) non ha funzionato?
E si può anche legittimamente pensare che continui a non funzionare.
Restano i danni che aumenteranno.
Resta il disagio.
Resta il dolore per un patrimonio boschivo andato in malora.
Ma soprattutto resta la paura che tutto non finisca sino a che non vedremo spuntare, dalle gole di Popoli, Noè con la sua “arca”.
E allora, a parte l’ammirazione per gli uomini impegnati in prima fila, ma impotenti per la mancanza di mezzi, qualcuno due conti su questo fallimento se li deve fare e deve assumersi le sue responsabilità.
Intelligentibus pauca.
