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Nei suoi occhi pensierosi si vedono tutti i tramonti del mondo, è una malinconia struggente e solitaria. Laudomia Bonanni nasce all’Aquila nel 1907, suo padre appartiene ad un’antica famiglia siciliana.

La ragazza è una lettrice accanita, introversa, schiva, a volte aspra come la terra in cui vive, l’Abruzzo, lei che fra quelle montagne ed i macigni di pietra è riuscita a guardare dritto fra i crepacci dolorosi della condizione umana.

Laudomia appena diplomata all’Istituto Magistrale, insegna nei paesini sperduti dell’Abruzzo dove si vive ancora in condizioni di arretratezza, è una maestra appassionata e le difficoltà che incontra nelle classi e negli spostamenti diventano lo spunto dei suoi primi racconti.

Collabora attivamente alla stampa fascista, è una donna sostenitrice del regime.

Nel 1938 diventa la rappresentante dell’Associazione delle donne fasciste presso il Tribunale dei minorenni della sua città per diventare poco dopo, giudice laico e mettersi in contatto con una realtà difficile, quella dei ragazzi disagiati.

Sono gli anni di intensa scrittura, incoraggiata da sua madre, vince un premio per la raccolta di racconti “Il fosso”, il libro viene apprezzato anche da Eugenio Montale che la paragona a James Joyce in “Gente di Dublino”. È la prima donna a vincere il Premio Bagutta, il suo stile piace, è sobrio, realista.

In un’intervista afferma che la letteratura si è presa tutta la sua vita, rimane poco per il resto, non c’è spazio per l’amore, Laudomia continua: “Mi sono salvata dalle spire della famiglia e del matrimonio nonostante la mia educazione.” Ha un solo rimpianto nell’età matura: non aver voluto un figlio.

Continua l’intervista rispondendo alla sua idea di artista: “Un libro deve essere come un sasso che si lancia per colpire.” E allora tratteggia la crudeltà dell’infanzia, la difficoltà dei legami familiari e di essere donna, madre, figlia, moglie e continua a scavare fra i sassi, c’è tanta fatica, corpo, resistenza contro l’ipocrisia sociale di quegli anni lontani, sono i primi del Novecento, da lei sono vissuti con dolore. Non c’è consolazione, solo tanto realismo.

Le donne dei suoi romanzi hanno tutte una grande forza interiore, quella di resistere per una sapienza di vita superiore.

Una protagonista è orfana e viene incoraggiata dal nonno allo studio delle scienze, l’adultera è una donna indipendente che lotta tutta la vita con figure di uomini deprimenti e poi fra le pagine di una nuova pubblicazione c’è una condanna feroce: il mondo adulto trascura e rovina i bambini.

Frequenta il salotto di Maria Bellonci, l’ideatrice del Premio Strega, con altri artisti del momento, fra cui c’è Giuseppe Tommasi di Lampedusa.

Dopo una profonda crisi depressiva, sopraggiunta con la morte di sua madre, Laudomia Bonanni si trasferisce a Roma ed inizia a collaborare come consulente con il Tribunale dei Minori, è sensibile alle sofferenze e ai traumi dei bambini e dei ragazzi con cui viene a contatto, saranno lo spunto per un nuovo libro “Vietato ai minori” del 1974.

Nel 1961 riceve, dal Ministero di Grazia e Giustizia, l’Onorificenza al merito della redenzione

sociale per l’attività svolta nel campo della rieducazione e riabilitazione dei detenuti, degli internati e dei minori traviati e per l’assistenza prestata ai liberati dal carcere.

Vince il Premio Viareggio, con il romanzo “L’Imputata” e poi si aggiudica il premio selezione Campiello con il libro “L’Adultera”.

Arriva finalista per tre volte al Premio Strega ma non riuscirà mai a vincerlo e anche il suo ultimo racconto “La Rappresaglia”, non viene preso in considerazione dall’editore Bompiani che si rifiuta di pubblicarlo.

Laudomia si chiude in un rigoroso isolamento, il suo carattere aspro adesso rifiuta anche la scrittura, l’artista muore a Roma nel 2002.

L’Abruzzo non la dimentica, nello stesso anno nasce il Premio Letterario Internazionale Laudomia Bonanni che si articola in diverse sezioni: la principale è dedicata alla poesia già edita, la seconda alla poesia inedita e composta dagli studenti, la terza alla poesia composta dai detenuti degli istituti di pena.

Nel 2007 il regista Carlo Nannicola dedica a questa grande scrittrice un documentario, il cui titolo racchiude tutta la sua vita: “Come se il fiore nascesse dalla pietra”

Barbara di Castri

Barbara di Castri

Barbara di Castri è una giornalista e scrittrice italiana. Ha vissuto a Roma, Madrid e Milano e ha collaborato con numerose testate fra cui il quotidiano “La Repubblica”, il settimanale “L’Espresso” e un’agenzia radiofonica del Gruppo Editoriale Espresso. E’ autrice di molte pubblicazioni sulla narrativa di viaggio, romanzi e favole educative. Nel 2009 ha creato il movimento “MI SOL Favolando”, scrivendo una raccolta di favole distribuite nei reparti pediatrici di Milano, Roma e Napoli, iniziativa patrocinata dalla Croce Rossa di Milano. https://it.wikipedia.org/wiki/Barbara_di_Castri