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Il monumento celebra il sesto canto del Purgatorio della Divina Commedia.

Il sesto canto del Purgatorio della Divina Commedia racconta l’incontro di Dante e Virgilio con Sordello da Goito, il più celebre dei trovatori italiani. Versi immortali del padre della lingua italiana e di un’attualità non scalfita dal passare dei secoli.

Racconta Dante un’Italia in gran tempesta, serva di dolore ostello, e ne denuncia i mali. Un’invettiva politica che, secoli dopo, mantiene la sua straordinaria attualità. Racconta l’Alighieri l’Italia non ancora unita dei suoi tempi ma son parole che valgono intatte per l’Italia dei nostri tempi unita (sulla carta).

Secondo la tradizione Dante si perse nella selva oscura il 25 marzo 1300, data che da sei anni è stata designata per ricordarlo, il Dantedì. Tra i comuni che promuovono ogni anno iniziative nell’anniversario c’è Monteodorisio. Un legame forte tra la comunità e il padre della lingua italiana che da oggi ha un segno tangibile, perenne, un’ancora forte nel cuore del paese. È stata inaugurata questa mattina in piazza Umberto I una statua dedicata all’incontro di Dante e Virgilio con Sordello da Goito.

«Un simbolo che racconta chi siamo e le radici profonde che ci legano alla grande storia d’Italia.

L’opera, che immortala l’abbraccio tra Dante, Sordello e Virgilio, celebra quell’incontro di fratellanza narrato nella Divina Commedia.
Quel Sordello, Signore di Monteodorisio, che oggi torna a vivere nella nostra piazza principale, trasformandola in uno spazio con un’anima ancora più forte.
Questa statua parlerà ai nostri figli e a chi verrà dopo di noi, ricordandoci che la bellezza e la cultura sono le fondamenta del nostro futuro.
Un sentito ringraziamento va a chi ha trasformato questa visione in realtà:
Allo scultore Giovanni Cipolla, per aver dato forma e cuore alla materia.
Alla ditta DGM S.r.l., per il prezioso supporto tecnico e la collaborazione.
Custodiamo questo dono. Sentiamolo nostro.
Da oggi, la nostra storia ha un segno indelebile in più».
Il sindaco Catia Di Fabio
Ma vedi là un’anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne ’nsegnerà la via più tosta.
Venimmo a lei: o anima lombarda,
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!Ella non ci dicëa alcuna cosa,
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando, 

ma di nostro paese e de la vita
ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
“Mantüa…” e l’ombra, tutta in sé romita,

surse ver’ lui del loco ove pria stava,
dicendo: “O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!”; e l’un l’altro abbracciava.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!

Quell’anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;

e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
di quei ch’un muro e una fossa serra.

Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.

Che val perché ti racconciasse il freno
Iustinïano, se la sella è vòta?
Sanz’esso fora la vergogna meno.

Ahi gente che dovresti esser devota,
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,

guarda come esta fiera è fatta fella
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.

O Alberto tedesco ch’abbandoni
costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,

giusto giudicio da le stelle caggia
sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!

Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
per cupidigia di costà distretti,
che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com’è oscura!

Vieni a veder la tua Roma che piagne
vedova e sola, e dì e notte chiama:
“Cesare mio, perché non m’accompagne?”.

Vieni a veder la gente quanto s’ama!
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.

E se licito m’è, o sommo Giove
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

O è preparazion che ne l’abisso
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l’accorger nostro scisso?

Ché le città d’Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si argomenta.

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l’arco;
ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.

Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: “I’ mi sobbarco!”.

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace e tu con senno!
S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.

Atene e Lacedemona, che fenno
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno

verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.

Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato, e rinovate membre!

E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,

ma con dar volta suo dolore scherma

Alessio Di Florio

Alessio Di Florio

Nato ad Atessa (Chieti), nel 1984. Attivista e volontario di varie associazioni e movimenti culturali e sociali. Collaboratore BuongiornoAbruzzo.it e Il Messaggero Abruzzo e altri siti web d'informazione, vicedirettore WordNews.it. In passato collaboratore tra gli altri di Adista e PrimaDaNoi. Alcuni articoli su storia, cultura e valorizzazione del territorio sono stati pubblicati dal mensile VastoDomani