Vasto: da Histonium 1 alla cannibalizzazione delle auto rubate, diciannove anni di presenza delle organizzazioni criminali.
Blitz alla ricerca di armi e droga. È quanto avvenuto ieri mattina a Rancitelli. Come accaduto a Lanciano nel quartiere Santa Rita a Lanciano nel gennaio scorso. Blitz giunto all’indomani della notizia di 3 patteggiamenti e 14 rinvii a giudizio per il vasto giro di stupefacenti, soprattutto cocaina, al servizio della “città bene”.
Per anni le cronache degli arresti e delle reti dello spaccio a Vasto sono state costellate da una frase più o meno identica sempre: sequestrate l’agenda degli spacciatori, tremano professionisti. Chi sono questi professionisti, chi nel cuore della città borghese si rifornisce dalle solite note famiglie e pippa quotidianamente non è mai stato dato sapere.
Vasto, città che diciannove anni fa perse definitivamente ogni (finta) innocenza con la prima operazione Histonium. Al centro un soggetto già noto alle forze dell’ordine e su cui la Commissione Parlamentare Antimafia scrisse era da attenzionare 13 anni prima. Dopo Pasqualone fu il turno di Cozzolino, Ferrazzo e via via altre reti organizzate fino alle pesanti presenze di operazioni antimafia contro albanesi e pugliesi. Fatti che ritornano nell’interdittiva antimafia su cui, come abbiamo riportato settimane fa, aleggia l’ombra di un ipotizzato aggiramento.
Nel gennaio 1993 la relazione conclusiva della Commissione Parlamentare Antimafia accendeva i riflettori anche sull’Abruzzo e su Vasto, meno di cinque anni dopo l’attentato sventato a Giovanni Falcone, in città per un interrogatorio. Attenzione ad un soggetto, scrissero i commissari, venuto dalla Campania: Michele Pasqualone. Dodici anni dopo, tra gambizzazioni, attentati, negozi saltati, auto bruciate, Pasqualone venne arrestato.
Ci volle una seconda operazione Histonium l’anno dopo perché la rete di Pasqualone si fermasse. In quei mesi alla magistrata che stava indagando, Anna Maria Mantini, fu assegnata la scorta e la massima allerta di sicurezza possibile. Ma non bastò. E fu trasferita a Pescara. Dopo Pasqualone venne la famiglia Cozzolino. E poi altri ancora.
L’Operazione Tramonto, che coinvolse altre cinque regioni oltre l’Abruzzo (e segnatamente il vastese), scattò all’alba dell’11 gennaio 2012.
Gli anni passano e le cronache ci hanno raccontato di nuove maxi operazione, dell’arrivo delle mafie foggiane, del traffico di droga da Albania e Puglia al vastese, dei traffici di rifiuti (l’inchiesta della DDA di Campobasso è la seconda in pochi anni), negli stessi anni ci furono le prime maxi operazioni contro le mafie nigeriane (e quanto lo sfruttamento della tratta sia diffuso è sotto gli occhi di tutti) tra i cognomi del ventre oscuro autoctono che egemonizzano narcotraffico, usura, violenza, estorsione, racket delle case popolari, compare Casamonica.
“Due Leoni” e “San Bartolomeo” sono le operazioni della DIA della Capitale che l’anno scorso hanno «evidenziato un contesto associativo dedito allo spaccio, usura, estorsioni e intestazione fittizia di beni». Al centro il clan Spada-Morelli. 15 immobili tra le province di Frosinone e Pescara, 7 terreni, una società operante nel settore del commercio di automobili, numerosi rapporti finanziari ed autovetture per un valore complessivo di oltre 2 milioni di euro. Il sodalizio criminale dal Lazio si era allargato ad altre regioni e i tentacoli erano arrivati anche in Abruzzo.
«Plata o plomo?!», una citazione di Pablo Escobar, era la lista dei debitori (per droga) di una donna residente a Santa Maria Imbaro. Tra le protagoniste di una maxi operazione in provincia di Chieti partita da una “spedizione punitiva” contro alcuni ragazzi a Chieti. Un pezzo di territorio abruzzese governato con “regole dello spaccio”. La cocaina da Roma e Aprilia arrivava sulle piazze di spaccio di Montesilvano, Chieti, Lanciano, Santa Maria Imbaro, Atessa, Mozzagrogna e Fossacesia. Una rete criminali strutturata e radicata che si imponeva con la violenza, che faceva della legge del più forte con intimidazioni e aggressioni violenti uno dei suoi capisaldi. È la Suburra d’Abruzzo, quella Gomorra di provincia mondo di mezzo radicato ed egemone sul territorio e con ramificazioni in altre regioni e anche fuori dai confini nazionali.
Auto rubate e smontate a Cerignola, traffico dei pezzi con la Polonia, 18 indagati. È notizia di ieri la conclusione di questa maxi inchiesta della procura di Foggia. Una rete di cannibalizzazione di auto che giungeva, almeno, fino alla provincia di Chieti. Auto rubate, portate in Puglia, cannibalizzate e finite sul mercato nero. Una precedente maxi operazione è dell’agosto dell’anno scorso. Indagini condotte dalla procura di Foggia, provvedimenti eseguiti dai carabinieri di Termoli e San Severo. La maxi operazione ha sgominato una banda che agiva in cinque regioni: Abruzzo, Marche, Molise, Puglia e Campania.


