Presìdi sull’A14, distributori a secco e frantoi fermi nel Gargano, mentre la protesta ex Ilva mette sotto pressione la raffineria Eni di Taranto. L’Abruzzo non è in emergenza, ma si trova sulla stessa dorsale logistica: se i blocchi continueranno, ritardi e rincari potrebbero risalire lungo l’Adriatico
Per ora l’Abruzzo guarda quello che sta accadendo pochi chilometri più a sud.
Ma la distanza potrebbe non essere sufficiente a tenerlo fuori dalle conseguenze.
Da diversi giorni agricoltori, olivicoltori e autotrasportatori stanno presidiando strade, statali e accessi autostradali della Puglia, con uno dei punti più delicati proprio a Poggio Imperiale, sulla A14, praticamente alle porte del Molise e quindi della direttrice che conduce verso Vasto e il resto dell’Abruzzo.
Contemporaneamente, un’altra protesta — quella dei lavoratori dell’ex Ilva — sta interferendo con l’operatività della raffineria Eni di Taranto, provocando problemi nella distribuzione dei carburanti in diverse regioni del Mezzogiorno.
E dal 16 ottobre sono previste ulteriori fermate dell’autotrasporto in Sicilia e Calabria.
Sono vertenze differenti, con motivazioni e protagonisti differenti.
Ma colpiscono tutte la stessa cosa: la capacità delle merci e dei carburanti di muoversi normalmente attraverso il Sud Italia.
Ed è proprio qui che la questione comincia a riguardare anche l’Abruzzo.
Il blocco è arrivato praticamente alla porta dell’Abruzzo
Il primo elemento da osservare è geografico.
Tra l’11 e il 12 ottobre il tratto dell’A14 compreso tra Termoli e Poggio Imperiale è stato temporaneamente chiuso in entrambe le direzioni dopo una manifestazione e la presenza di ostacoli sulla carreggiata. Il traffico è stato deviato sulla Statale 16 Adriatica.
Il 13 ottobre una cinquantina di trattori partiti da Carpino ha poi raggiunto proprio il casello di Poggio Imperiale, dove gli olivicoltori hanno bloccato temporaneamente gli ingressi e le uscite dell’autostrada. Altri presidi sono stati organizzati sulla Statale 17 e presso differenti caselli del Foggiano.
E la protesta non è terminata.
Oggi, 15 ottobre, ANSA segnala ancora presidi a Vieste e Poggio Imperiale e rallentamenti anche nell’area di Candela. La Prefettura di Foggia sta seguendo l’evoluzione della situazione e ha predisposto servizi per consentire il rifornimento delle stazioni di servizio.
Per l’Abruzzo non è un dettaglio.
Poggio Imperiale è uno dei punti attraverso i quali passa il traffico stradale che dalla Puglia risale verso Termoli, Vasto, Val di Sangro, Pescara e il Centro-Nord.
L’A14 è stata definita dalle stesse associazioni dell’autotrasporto di Abruzzo, Marche e Puglia una “arteria vitale per la logistica nazionale”, proprio perché qualsiasi rallentamento della dorsale adriatica aumenta tempi di percorrenza, costi e difficoltà nel rispettare le consegne.
Nel Gargano non è più soltanto una protesta
Gli effetti sono già visibili sul territorio pugliese.
Nel Gargano alcune fonti locali riferiscono di distributori rimasti senza carburante, frantoi che hanno sospeso la molitura e primi problemi negli approvvigionamenti commerciali. Dopo una riunione tra produttori, cooperative e frantoiani, è stata annunciata la sospensione del ritiro e della lavorazione delle olive in diversi comuni, tra cui Carpino, Ischitella, Peschici, Cagnano Varano, San Nicandro Garganico, Rodi Garganico e Vico del Gargano e Vieste.
Non significa che il sistema distributivo del Sud sia prossimo al collasso.
Significa però che una protesta prolungata sta già cominciando a produrre conseguenze che vanno oltre la viabilità.
Quando un camion non passa, non si ferma soltanto il camion.
Può arrivare più tardi la merce che trasporta, può saltare un turno di consegna, può essere necessario utilizzare un percorso più lungo, può aumentare il costo del viaggio e può diventare più difficile organizzare il viaggio successivo.
Moltiplicato per centinaia di mezzi e per più giorni, questo è il meccanismo attraverso il quale una protesta locale può trasformarsi in un problema logistico più ampio.
L’altra crisi: la raffineria di Taranto
A complicare il quadro c’è un secondo fronte che non deve essere confuso con la protesta degli agricoltori.
La mobilitazione dei lavoratori dell’ex Ilva di Taranto ha interessato anche gli accessi alla raffineria Eni.
Secondo Reuters, Eni ha segnalato che oltre 50 dei circa 300 distributori serviti dalla raffineria erano già rimasti senza prodotto. L’impianto rifornisce soprattutto Puglia, Basilicata e Calabria.
Il problema ha raggiunto persino il trasporto aereo.
Aeroporti di Puglia ha chiesto alle compagnie, quando possibile, di evitare il rifornimento negli aeroporti di Bari, Brindisi, Foggia e Grottaglie proprio a causa delle difficoltà nella disponibilità di carburante collegate alla situazione della raffineria Eni.
Anche in Calabria vengono segnalati distributori senza carburante e lunghe code.
È importante sottolinearlo: questa crisi dei carburanti non nasce dagli olivicoltori, ma dalla contemporanea vertenza industriale di Taranto.
Il problema è che le due situazioni stanno avvenendo nello stesso momento.
Dal 16 ottobre un altro fronte sull’autotrasporto
E nelle prossime ore potrebbe aggiungersi un terzo elemento.
Gli autotrasportatori siciliani hanno proclamato il fermo dei mezzi a partire dal 16 ottobre per protestare contro il caro carburante e per la questione dei contributi Sea Modal Shift. Diverse organizzazioni hanno indicato calendari leggermente differenti, con sospensioni che arrivano fino al 20 o al 22 ottobre.
Anche in Calabria Fedralog ha confermato un fermo regionale degli autotrasportatori dal 16 al 20 ottobre.
Ancora una volta: non si tratta di una singola mobilitazione nazionale organizzata da un unico soggetto.
Ma per chi gestisce una catena logistica la distinzione può diventare relativa.
Se una merce parte dalla Sicilia, attraversa la Calabria, entra in Puglia e deve risalire verso il Centro Italia, ciò che conta è che trovi strade, mezzi e distribuzione disponibili lungo tutto il percorso.
E l’Abruzzo? Nessuna emergenza, ma sarebbe sbagliato sentirsi al sicuro
Qui bisogna distinguere nettamente i fatti dalle conseguenze possibili.
Al momento non risultano carenze strutturali di carburante in Abruzzo riconducibili alle proteste pugliesi o alla raffineria di Taranto.
Le code osservate recentemente presso alcuni distributori pescaresi erano legate soprattutto alle promozioni e al tetto temporaneo dei prezzi praticato da alcuni operatori e non alla crisi pugliese. I gestori avevano assicurato che le scorte erano disponibili.
Inoltre l’Abruzzo dispone di infrastrutture che lo rendono meno dipendente da Taranto.
Il deposito Abruzzo Costiero di Pescara, per esempio, dichiara una capacità di circa 35mila chilolitri e un movimentato superiore alle 300mila tonnellate annue. Viene normalmente rifornito dalle basi di Falconara, Roma e Napoli.
A Ortona esiste inoltre il deposito costiero Eni: benzina e gasolio possono arrivare direttamente tramite navi cisterna al porto, essere trasferiti mediante oleodotto e successivamente caricati sulle autocisterne. La documentazione ufficiale della Prefettura di Chieti descrive una frequenza media di circa una nave alla settimana.
Questo rende improbabile, allo stato attuale, un collegamento automatico del tipo:
Taranto si ferma = Abruzzo senza benzina.
Non funziona così.
Ma non significa nemmeno che l’Abruzzo sia impermeabile a ciò che accade più a sud.
Il vero rischio per l’Abruzzo è la logistica
Il punto più delicato non è necessariamente il carburante.
È la circolazione delle merci.
Se i presidi sull’A14 diventassero più lunghi o frequenti, il primo effetto sarebbe l’aumento dei tempi di percorrenza.
Un tir bloccato sulla direttrice adriatica può essere costretto a uscire dall’autostrada e percorrere la viabilità ordinaria. Aumentano i chilometri, il consumo di carburante, le ore di guida e il costo della consegna.
Per un prodotto industriale può significare un ritardo.
Per un alimento fresco o deperibile può diventare un problema molto più serio.
E per una catena distributiva che lavora con rifornimenti frequenti, ritardi ripetuti possono progressivamente ridurre le scorte disponibili nei punti vendita.
Non significa che domani mattina i supermercati abruzzesi saranno vuoti.
Non esistono elementi per affermarlo.
Significa invece che, se l’interruzione della mobilità dovesse durare o amplificarsi, è proprio così che potrebbe iniziare una crisi di approvvigionamento.
Vasto sarebbe il primo punto di contatto
Geograficamente il primo territorio abruzzese esposto è quello del Vastese.
Subito dopo Termoli si entra infatti in Abruzzo e la dorsale continua verso Vasto, Val di Sangro, Chieti e Pescara.
La chiusura di una tratta a sud può trasferire migliaia di veicoli sulla Statale 16, con conseguenze sulla viabilità ordinaria.
L’Abruzzo ne ha già avuto una dimostrazione, seppure per una causa completamente diversa.
Nell’aprile scorso, quando problemi infrastrutturali avevano interrotto contemporaneamente alcuni collegamenti tra Molise e Abruzzo, il traffico era stato riversato sulle strade alternative e si erano prodotti pesanti disagi anche tra Vasto e Termoli.
La vulnerabilità geografica, quindi, esiste indipendentemente dalle proteste.
Cosa potrebbe succedere se i blocchi continuassero
Lo scenario deve essere letto per livelli.
Oggi: la criticità resta concentrata soprattutto nel Sud, con proteste, rallentamenti, problemi alla distribuzione del carburante in Puglia, Basilicata e Calabria e difficoltà locali negli approvvigionamenti.
Se i presidi sull’A14 continuassero: aumenterebbero i tempi e i costi per le merci dirette dal Mezzogiorno verso l’Abruzzo e il Centro Italia.
Se contemporaneamente si prolungassero i fermi degli autotrasportatori: alcuni flussi provenienti da Sicilia e Calabria potrebbero diminuire o accumulare ritardi.
Se questa situazione durasse abbastanza a lungo: potrebbero comparire difficoltà nelle consegne di prodotti freschi, materie prime e altre merci, con possibili aumenti dei costi per trasportatori, imprese e distribuzione.
Sul carburante, invece, l’Abruzzo dispone al momento di una maggiore protezione logistica grazie ai depositi di Pescara e Ortona e alle diverse vie di approvvigionamento.
Ma persino in questo caso esiste una variabile difficile da controllare: la corsa preventiva al rifornimento.
Quando iniziano a circolare notizie di distributori a secco, molti automobilisti anticipano il pieno. È sufficiente un aumento improvviso della domanda perché anche un impianto regolarmente rifornito finisca temporaneamente il prodotto prima della consegna successiva.
È un meccanismo molto diverso da una vera carenza nazionale, ma per chi arriva davanti a una pompa vuota il risultato appare identico.
Dall’olio a una protesta molto più ampia
Alla radice della mobilitazione pugliese c’è anche una situazione economica particolarmente pesante per l’olivicoltura.
ISMEA indicava a inizio ottobre un prezzo dell’olio extravergine sulla piazza di Foggia di circa 3,50 euro al chilogrammo, mentre a Bari la quotazione del 5 ottobre era di 4,30 euro.
In Abruzzo la situazione è molto diversa: le rilevazioni del 12 ottobre indicano 12 euro al chilogrammo sia per l’extravergine sulla piazza di Pescara sia per l’Aprutino Pescarese DOP e la DOP Colline Teatine.
Quindi non sarebbe corretto trasferire automaticamente la crisi pugliese agli olivicoltori abruzzesi.
Ma il problema che ha fatto esplodere la protesta è più largo dell’olio: carburante, fertilizzanti, acqua, energia e costi di produzione.
E quando a protestare insieme agli agricoltori iniziano a esserci anche gli autotrasportatori, il problema smette di riguardare soltanto chi produce.
Comincia a riguardare chiunque abbia bisogno che qualcosa venga trasportato.
Il campanello d’allarme per l’Abruzzo è già acceso
Oggi sarebbe sbagliato parlare di emergenza approvvigionamenti in Abruzzo.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare quanto sta accadendo un problema esclusivamente pugliese.
Il blocco è arrivato a Poggio Imperiale. Termoli è immediatamente più a nord. Dopo Termoli c’è l’Abruzzo.
E la merce non conosce confini regionali.
Ogni giorno camion carichi di prodotti alimentari, beni industriali, materiali e merci attraversano quella dorsale in entrambe le direzioni.
L’Abruzzo dispone di infrastrutture e vie alternative che rappresentano un’importante protezione, soprattutto sul fronte carburanti.
Ma la logistica è una catena.
E quando più anelli contemporaneamente cominciano a rallentare — strade, camion, depositi e raffinerie — il problema non resta necessariamente nel punto in cui è iniziato.
Non siamo ancora davanti a una crisi abruzzese. Ma gli elementi per tenere alta l’attenzione, questa volta, ci sono tutti.



