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Sono fissati per domani gli interrogatori di garanzia dei venti arrestati nell’ambito dell’inchiesta «Metamorfosi», condotta dalla Procura dell’Aquila e incentrata su una presunta organizzazione dedita al traffico di stupefacenti e caratterizzata, secondo l’accusa, dall’utilizzo del metodo mafioso. A stabilire il calendario delle audizioni è stato il giudice per le indagini preliminari del tribunale dell’Aquila, Marco Billi, che ha disposto interrogatori da remoto per gli indagati, con collegamenti attraverso la piattaforma Teams. I venti destinatari delle misure cautelari, diciannove dei quali in carcere e uno ai domiciliari, potranno fornire la propria versione dei fatti, rispondere alle domande del magistrato oppure avvalersi della facoltà di non rispondere. Al termine degli interrogatori il gip si riserverà la decisione, che arriverà nei giorni successivi, sulla conferma o meno delle misure cautelari. Al centro della ricostruzione investigativa figurano Ivano Antonio Di Marco e Massimiliano Le Donne, indicati nell’ordinanza come presunti promotori e capi dell’associazione finalizzata al traffico di droga. Ai due sarebbero spettate le decisioni sull’approvvigionamento delle sostanze stupefacenti, sulla gestione dei proventi e sull’organizzazione delle piazze di spaccio. Antonino Maccarrone viene invece descritto come una figura di fiducia e operativa, incaricata dei contatti con i fornitori e della gestione delle controversie. Secondo il giudice, gli elementi raccolti delineerebbero rapporti stabili, una progettualità condivisa e una collaborazione destinata a protrarsi nel tempo, con collegamenti che avrebbero coinvolto anche ambienti criminali esterni alla Valle Peligna, dall’Albania all’area napoletana fino a Roma. Tra i luoghi ritenuti centrali nell’organizzazione compare il bar Asso di Cuori, in piazza Garibaldi, che secondo l’accusa sarebbe stato utilizzato come base logistica e punto di incontro per la gestione delle attività illecite. La società M10, formalmente intestata a Mario Pallozzi, sarebbe stata riconducibile a Di Marco e Stefano Sito, indicati dagli inquirenti come soci occulti e gestori effettivi dell’attività. Di Marco, nonostante risultasse formalmente assunto come lavapiatti, avrebbe avuto un ruolo decisionale nell’organizzazione del locale. A suo carico viene contestata anche una presunta indebita percezione della Naspi per 5.408,48 euro: secondo la ricostruzione investigativa, la cessazione del rapporto di lavoro sarebbe stata soltanto formale, consentendogli di continuare a gestire il bar mentre percepiva l’indennità di disoccupazione. L’inchiesta avrebbe inoltre individuato una rete articolata di depositi e luoghi utilizzati per custodire e distribuire la droga. Andrea La Civita avrebbe organizzato un sistema di consegne a domicilio, raccogliendo gli ordini attraverso applicazioni protette da sistemi di crittografia sul proprio smartphone e trasferendo a Le Donne i proventi delle vendite. Ad Alessio Mancinelli viene attribuita la disponibilità dei locali della propria gioielleria per nascondere lo stupefacente, mentre Tommaso Ludovico avrebbe messo a disposizione gli spazi utilizzati per la sua attività di osteopata. Anche l’abitazione di Fabrizio Pescatore sarebbe stata impiegata come deposito. Davide Pantano e Mario Del Monaco, secondo l’ordinanza, avrebbero collaborato nella custodia della droga e nella gestione dello spaccio tra via Freda e largo San Francesco. Particolare attenzione sarebbe stata riservata anche alla riscossione dei pagamenti. Dalle conversazioni intercettate emergerebbe la regola imposta da Di Marco ai venditori di non consegnare stupefacenti senza ricevere contestualmente il denaro. Le eventuali vendite a credito sarebbero state interrotte in caso di mancato pagamento, con la condivisione delle informazioni sui clienti morosi per impedire che potessero continuare ad acquistare droga rivolgendosi ad altri componenti della rete. In questo sistema si inserirebbe anche il ruolo di Daniele Cellini, che avrebbe messo a disposizione il proprio locale per consentire i pagamenti attraverso il Pos. Sul fronte dei rifornimenti, l’ordinanza ricostruisce le trattative con Enri Bisha e i successivi contatti con Mario Iorio, indicato come vicino ad ambienti criminali di Secondigliano. Bisha avrebbe prospettato la disponibilità di ingenti quantitativi di stupefacenti, chiedendo tuttavia il pagamento anticipato. Il gip ha però distinto la presunta attività di fornitura dall’eventuale partecipazione all’associazione, ritenendo insufficienti gli indizi per contestargli l’appartenenza al sodalizio e respingendo su questo punto la richiesta cautelare. Per Bisha resta comunque disposta la custodia in carcere in relazione alla distinta contestazione in materia di stupefacenti, mentre per Iorio sono stati stabiliti gli arresti domiciliari. Tra gli aspetti più rilevanti del provvedimento figura il riconoscimento, in questa fase cautelare, dell’aggravante del metodo mafioso. Il giudice richiama una presunta capacità intimidatoria del gruppo, sostenuta attraverso violenze, minacce e comportamenti diretti a imporre soggezione non soltanto all’esterno, ma anche tra gli stessi componenti della rete. Nell’ordinanza vengono esaminati diversi episodi, tra cui incendi di automobili, aggressioni e minacce. Particolare rilievo viene attribuito a un’aggressione che Le Donne avrebbe fatto filmare e successivamente diffondere sul web: secondo il gip, la divulgazione delle immagini sarebbe stata funzionale a rafforzare la forza intimidatoria dell’organizzazione. Il provvedimento richiama inoltre la disponibilità di armi e il reperimento di ordigni esplosivi, elementi che, insieme alle modalità delle condotte e ai collegamenti con altri ambienti della criminalità organizzata, avrebbero contribuito a delineare il quadro del metodo mafioso. Nell’inchiesta trova spazio anche un episodio di presunta usura che coinvolgerebbe Di Marco e Sito. I due avrebbero prestato a un artigiano 2.000 euro, pretendendo interessi mensili di 500 euro, pari al 25 per cento del capitale. Ai ritardi nella restituzione del denaro sarebbero seguite pressioni e minacce attribuite a Di Marco, che avrebbe fatto riferimento ai propri trascorsi criminali per ottenere il pagamento, determinando nella persona offesa una condizione di forte soggezione. Sono diciannove le persone per le quali è stata disposta la custodia cautelare in carcere: Ivano Antonio Di Marco, Mario Pallozzi, Antonino Maccarrone, Stefano Sito, Massimiliano Le Donne, Andrea La Civita, Davide Pantano, Mario Del Monaco, Fabrizio Pescatore, Alessio Mancinelli, Tommaso Ludovico, Nicolino Di Bucci, Giuseppe Di Muro, Michele Di Muro, Mattia Alessandro Gasbarro, Daniele Cellini, Enri Bisha, Giovanni Massa e Aldo Ferrera. Per Mario Iorio sono stati invece disposti gli arresti domiciliari. Gli interrogatori di garanzia rappresentano ora il primo passaggio per consentire agli indagati di confrontarsi con le contestazioni e fornire eventuali chiarimenti. Resta fermo che le accuse dovranno essere verificate nel corso del procedimento e che le posizioni dei singoli indagati, così come i presupposti delle misure cautelari, presentano differenze: non a tutti viene infatti contestata la partecipazione all’associazione.

Doràn

Doràn

Doràn il quinto moschettiere misterioso della saga di Dumas.